Ricostruendo innovare. Francesco d'Assisi, prima di risvegliare il cristianesimo dai torpori delle ricchezze e dall'inerzia della superstizione, ricostruì due chiesette diroccate e recitava il "Padre nostro" in una grotta, dove l'uomo aveva emesso i suoi primi vagiti. A suo modo, Francesco valorizzò i beni culturali dei suo tempo perché aveva capito che, il presente e il futuro potevano essere rispettati solo rispettando il passato: gesto di un santo, o un gesto santo in sé. Oggi, invece, i beni culturali vengono trattati come materiale di risulta e vengono affidati ad assessori bisognosi essi di cultura: è come affidare la cristalleria ad un elefante. Ma anche chi affidi una cristalleria all'elefante è un elefante in cristalleria. Pierfranco Bruni dice che i beni culturali sono un patrimonio che costituiscono l'identità di un popolo e di un civiltà. Ricorda anche, Bruni, che la tutela dei Beni culturali è un comandamento costituzionale (art. 9). E, invece di condannare egli l'incuria in cui governi e giunte abbandonano i Beni culturali, li fa condannare da Vivienne Joan Hiebar, la quale dice: "L'Italia è prima al mondo per opere d'arte ed è l'ultima nel saperle sfruttare". Bruni, in "I Beni culturali - risorse e identità", ed. Iral, scritto in collaborazione con la figlia Micol, ha raccolto le sue riflessioni su questo dramma tutto italiano. Ma Bruni è un'anima bennata e non pronuncia nessuna invettiva contro quanti, potendolo, darebbero, e danno, un ultimo colpo di ruspa su un'antica vestigia, per sostituirla con un fabbricato che porti subito soldi e potere. Dice solo Bruni: Chi non capisce il valore dei Beni culturali e della loro bellezza non è in nulla inferiore ai barbari. In fatto di incuria e distruzione a scopo di lucro, a Roma, un tempo vigeva un proverbio: "Ciò che non fecero i barbari lo fecero i Barberini". Quanti sono i barberini oggi? Nel suo volume, utile anche per la raccolta in appendice di tutte le leggi che li regolamentano, Bruni prende il lettore per mano e lo ammaestra sul rispetto che si deve al meglio del passato dell'umanità. Quel passato, dice Bruni, è sia risorsa culturale, sia risorsa economica: esso mostra sia il valore di una comunità, sia, per il quantum di tutela riservatogli, il valore di una dirigenza. La tutela, continua Bruni è un compito che richiede l'apporto armonico, coordinato di tutti gli enti: locali, nazionali e internazionali. Nel loro insieme, ammonisce Bruni, i Beni culturali sono la ricchezza effettiva di una nazione e richiedono un'apposita politica economica. Il management di Beni culturali, continua Bruni, comincia fra i banchi di scuola, come materia di studio e come partecipazione a un progetto. Infine, dice Bruni, i Beni culturali sono anche uno strumento di socializzazione. Essi hanno molti posti: stanno dove nacquero, i siti archeologici, e stanno nei musei e nelle biblioteche, veri e propri grandi magazzini di Beni culturali. L'archeologia, dice Bruni, è sempre rivelazione: non esiste scoperta che non ingeneri stupefazione, quella stessa meraviglia donde è nata la filosofia, il porsi un "perché" da cui scaturiscono infiniti "perché", il senso della vita. Biblioteche e musei, continua Bruni, non sono né luoghi di arrivo, né di partenza della cultura, ma punto di transito: di verifica e rilancio. Sono anche l'incubo dei dittatori, di piccolo e grande cabotaggio. Sono molti i modi di distruzione di una biblioteca: dal grande falò, alla privazione di finanziamenti. La distruzione delle biblioteche è il segno di una inguaribile follia: distrugge le biblioteche chi vuoi essere un novello Adamo, chi vuole che il mondo, grande o piccolo, cominci da lui. Ma che cosa sono questi Beni culturali cui accostarsi come a cosa sacra, per i quali costruire musei e biblioteche? Bene culturale è il Colosseo, ma anche una sua pietra; un mausoleo, ma anche un suo rudere; un bosco, ma anche un albero; un paesaggio, ma anche l'aria pulita. Bene culturale è ciò che esiste, ma anche lo stato d'animo che considera vivente l'esistente: visibile e intangibile, da tutelare e da custodire. Bene culturale, perciò, è ciò che appare, ma anche l'humus nel quale affonda le sue radici, che nutrono l'esistente, se l'humus vien tenuto fecondo, e lo disanimano, se l'humus viene isterilito. In Italia, vero e proprio giacimento di Beni culturali, sito archeologico nel suo insieme, anche le città e i paesi ionici sono siti archeologici, nei quali non si sa se ciò che affiora è maggiore o minore di ciò che è nascosto nel sottosuolo. Anche in Terra ionica i monumenti sono presentati come Beni culturali se producono un utile, sono lasciati a se stessi, o perfino uccisi nella loro culla, se sono nocivi al potente di turno. E anche in Terra ionica, l'intellighentsia, quanti conoscono il valore del passato, bussola del presente e del futuro, dinanzi all'incuria e perfino dinanzi agli scempi ha la voce flebile, com'è flebile il gemito di chi s'è rassegnato all'ineluttabile e di patisce un qual indicibile e inespiabile senso di cólpa. Il Bene culturale, dunque, può essere inesauribile risorsa culturale ed economica solo se vive, perché solo vivendo fa vivere: le menti e un territorio. Ma i Beni culturali, proprio perché parlano alle menti, non sono granché ascoltati ed hanno pochi profeti. Bruni, predicandoli con articoli e con questo suo libro, vuol essere un loro profeta. Nella speranza che non sia come il Battista "vox clamantis in deserto".
Un patrimonio e un'identità senza profeti
Francesco d'Assisi ricostruì due chiesette e recitava il "Padre nostro" in una grotta, valorizzando i beni culturali del suo tempo. Oggi, invece, i beni culturali vengono trattati come materiale di risulta e affidati ad assessori bisognosi di cultura. Pierfranco Bruni dice che i beni culturali sono un patrimonio che costituisce l'identità di un popolo e di una civiltà, e che la tutela dei Beni culturali è un comandamento costituzionale. Bruni ha scritto un libro, "I Beni culturali - risorse e identità", in cui raccolte le sue riflessioni su questo dramma tutto italiano.
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Bene culturale
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