Aspirapolvere sulle spalle, una restauratrice ripulisce "Lacoonte e i suoi figli" (Mimmo FrassinetiAgf) È un esercito di ottocento tenici. Una volta l'anno spolverano la Sistina. Ogni giorno esaminano, ritoccano e proteggono 200 mila opere dalle orde di turisti. E qualche volta fanno scoperte straordinarie CITTÀ DEL VATICANO. Qui ci sono le uniche persone al mondo che spolverano la Luna. Sì, proprio la Luna: un frammento raccolto da Neil Armstrong, il primo astronauta che approdò lassù, poi donato dal presidente Nixon a papa Paolo VI. E qui ci sono le uniche persone al mondo che passano l'aspirapolvere il più banale degli elettrodomestici su un capolavoro come la Sibilla Delfica, affrescata da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina. Mentre altri restauratori liberano da una patina scura tesori come le Stanze di Raffaello, che la maggior parte dei loro colleghi non sognano neanche di sfiorare nell'arco della carriera... Dietro le quinte dei Musei Vaticani dove non penetrano gli occhi dei 6 milioni di visitatori l'anno si muove una schiera di ottocento restauratori, archeologi, conservatori, marmisti, decoratori, chimici, custodi, che ogni giorno esamina, risana, resuscita, aggiusta, ritocca, controlla, protegge il tesoro secolare dei papi: 200 mila opere d'arte, di cui il pubblico, nei sette chilometri di percorso espositivo, vede solo la ventesima parte. È un esercito di tecnici che svolge anche attività impensabili per i non addetti ai lavori. E ogni tanto fa scoperte straordinarie. L'ultima nuova, eccitante, plausibile, ma ancora da verificare è che una figura femminile da sempre ritenuta della bottega di Raffaello sia invece stata dipinta dal Maestro in persona. L'attesa è grande: non capita tutti i giorni di trovare l'inedito di un genio. Siamo nella Sala di Costantino, una delle quattro stanze che Giulio II e Leone X commissionarono all'artista: la mano di Raffaello nella pittura delle altre tre è indiscussa, ma si è sempre pensato che avesse firmato solo i disegni preparatori di questo salone di rappresentanza, iniziato poco prima della sua morte improvvisa per febbri malariche, nel 1520, e dipinto dai suoi straordinari collaboratori Giulio Romano in testa fino al 1524. Ora però il restauro fa affiorare nuovi indizi: a svettare più luminosa che mai è la figura allegorica della Comitas, dell'Amicizia. «Qui la tecnica pittorica si avvicina più a quella usata dal Maestro per realizzare altri personaggi nelle stanze autografe, che a quella adottata dai suoi collaboratori nel dipingere il resto di questa sala» spiega Maria Pustka, responsabile del Laboratorio restauro dipinti dei Musei Vaticani. «E il tipo di pennellata, il modo di accostare i colori, stratificare i pigmenti, usare i leganti tutti aspetti che vengono alla luce con il restauro sono segni inequivocabili della mano di un artista». Pustka aggiunge: «Certo, sta agli storici dell'arte dire l'ultima parola. Ma sospetto che Raffaello abbia dipinto di persona questa figura per dare un input, un'indicazione di stile ai suoi collaboratori». Come storico dell'arte Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, non smentisce: «L'ipotesi ha un fondamento storico. Fu sicuramente Raffaello a concepire la decorazione di questa sala: che ne abbia anche realizzate delle piccole parti, prima di morire, è possibile. Per avere certezze bisogna fare altre ricerche. Anche se quel che conta nelle attribuzioni, più di qualsiasi analisi scientifica, è l'occhio dello studioso. E la qualità di questa figura femminile è tale da rendere plausibile l'idea che possa essere di Raffaello»... Continua sul Venerdì del 19 febbraio