Ma sterra che sterra, a forza di piccone gli operai si sono imbattuti in qualcosa di inaspettato: sotto l'asfalto e i detriti stratificati, un'antica pavimentazione in basolato, grosse e informi lastre di conglomerato arenario cementificato, di pregevole fattura. Il tecnico comunale, responsabile del cantiere, chiama la Soprintentenza, e scatta il piano per proseguire le opere con tutte le cautele del caso. «E chi se lo aspettava che sotto tutti i materiali accumulati nei decenni ci fosse un ponte di epoca romana? dice l'ingegnere Nunzio Lo Grande Siamo stati colti di sorpresa. E dire che per tanto tempo nessuno si era reso conto che quel ponte semisepolto avesse un valore storico. Messa in sicurezza la struttura, l'abbiamo consolidata. Ora siamo in attesa di altri bandi europei per reperire le risorse necessarie a completare gli interventi». Sempre su suggerimento della Soprintendenza, le maestranze hanno costruito alcuni gradini all'imbocco per evitare l'attraversamento di camion e automobili. Quindi, solo i pedoni e i pellegrini che vanno nel vicino santuario della Madonna del Ponte che dà nome alla contrada o nelle campagne vicine, possono calpestare il basolato. Questa trazzera è in realtà un tratto della via consolare Valeria, che fino a tutto il Medioevo fu la sola strada di collegamento fra Palermo e Trapani. Non è stato difficile datare il ponte all'epoca romana perché l'intonacatura è stata eseguita con la "pozzolana", una malta impastata con la sabbia di Pozzuoli che dava consistenza "cementizia" al rivestimento. Con il declino dell'Impero nessun altro popolo ha utilizzato questo materiale. Pertanto, una delle due arcate è stata realizzata nel secondo secolo dopo Cristo, mentre l'altra, in base allo studio dei materiali, è stata consolidata intorno al 1200. Le sorprese non finiscono qui perché, via via che si liberano i piloni ingabbiati dal terriccio, cominciano ad affiorare tre graffiti esagramma, pentagramma e triangolo scolpiti nell'intonaco e che, a detta degli esperti, rimandano a culti esoterici o pitagorici. Qui entra in ballo un professore di Lettere in pensione, studioso di archeologia del territorio, Leo D'Asaro, che decritta i segni incisi. «Sicuramente chi ebbe l'incarico di realizzare il ponte era un adepto della dottrina pitagorica dice il professore abile nelle tecniche di costruzione e seguace delle idee filosofiche provenienti dall'Egeo, nonché cultore dell'esoterismo, una dottrina che, dopo la conquista della Grecia, comincia a fare proseliti nel mondo romano». Questi graffiti, impressi direttamente sull'intonaco pozzolano, sono stati occultati per tanto tempo dai materiali accumulati sui piloni, salvaguardati nei secoli dal rostro, una sorta di frangiflutti che ha salvaguardato la struttura portante dall'erosione causata dalla corrente del fiume Jato. «Quindi aggiunge D'Asaro è facile stabilire che anche i simboli sono di epoca romana». Vediamo ora da vicino i tre disegni. «Cominciamo con l'esagramma, il Sigillo di Salomone, la stella a sei punte che rappresenta l'unione del cielo e della terra, del mondo spirituale con quello materiale continua lo studioso, che pubblicherà la sua analisi nella ristampa del libro "Minosse e Kocalo", dedicato al mito e alla storia nella Sicilia occidentale L'esagramma impresso nel rostro del ponte è arricchito al centro da gocce alternativamente capovolte che danno vita a un disegno armonico. L'uso così abbondante della goccia nei graffiti potrebbe significare che l'acqua dello Jato, abbondante in quel punto, è anche generatrice di vita e componente essenziale di ogni aspetto umano e divino». «I cinque punti del pentagramma spiega D'Asaro indicano invece i cinque elementi, uno spirituale e gli altri quattro materiali: acqua, fuoco, terra e aria. Essi simboleggiano l'essere umano dotato di ragione, ottenuta grazie al dominio sui quattro elementi naturali. Il triangolo, che si ritrova in tutte le tradizioni antiche, esprime la trinità e l'ascesi dell'uomo verso il divino. Nella tradizione pitagorica il triangolo è l'ascesa dal molteplice verso l'Uno. Il triangolo, con il vertice verso l'alto, è anche emblema della prestanza maschile ». Questo, comunque, è solo un punto di partenza. Chissà quali altre sorprese teologiche e filosofiche nasconde ancora il ponte sullo Jato, quel ponte che, dopo essere stato calpestato da milioni di pellegrini o viandanti nei secoli bui, nella modernità è stato attraversato da migliaia di camion che trasportavano lo sterro e i materiali per la costruzione dell'autostrada. Restando in piedi per due millenni, grazie forse a quei frangiflutti che si sono dimenticati di realizzare a salvaguardia di altri pilastri che, come ci raccontano cronache recenti, si sono miseramente afflosciati.
Partinico, le sorprese del ponte sepolto alla luce basole romane e graffiti esoterici
Il ponte sullo Jato, un'antica struttura romana, è stato scoperto durante le opere di costruzione di un cantiere. La struttura, che risale al II secolo dopo Cristo, è stata messa in sicurezza e consolidata. I lavori sono stati interrotti per la mancanza di fondi, e ora si attende l'arrivo di bandi europei per proseguire gli interventi. Il ponte è stato costruito sulla via consolare Valeria, che collegava Palermo e Trapani, e presenta un'intonacatura in pozzolana, un materiale utilizzato solo dagli antichi Romani. Sono stati trovati tre graffiti: un esagramma, un pentagramma e un triangolo, che sono stati datati al II secolo dopo Cristo e al XII secolo.
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