VERONA. Era come un taglio a vivo. Fatto su uno sfregio. E se lo sfregio erano quei 17 dipinti, il taglio a vivo era quell'olio su tavola. Era rimasto appeso al muro di quel museo su cui era inchiodato da anni. E tra i cavalletti e le pareti resi sterili dai ladri, quella tela sembrava un brandello di resistenza. Era la sera del 19 novembre, quando quella «Conversione di San Paolo» pennellata da Giulio Licinio e datata Sedicesimo secolo, divenne involontariamente il simbolo della non arrendevolezza. Quella che, oltre agli uomini, spesso coinvolge le cose. Volevano prendere anche quel quadro, i rapinatori che hanno profanato il museo di Castelvecchio, portandosi via capolavori di Tintoretto, Peter Paul Rubens, Pisanello, Mantegna, Jacopo Bellini, Giovanni Francesco Caroto, Hans de Jode e Giovanni Benini. E tentarono anche con quella «Conversione». Con un cacciavite o un piede di porco provarono a sradicarla dal muro. Macché. Gli concesse qualche pezzetto di legno, quella tavola dipinta ad olio. Ma rimase dov'era da secoli. Un lascito del 1871, quel dipinto. E divenne un simbolo. Adesso quella ferita viva è stata rimarginata. Un «restauro conservativo» eseguito dalla Soprintendenza delle Belle arti e presentato ieri dal soprintendente Fabrizio Magani e dalla direttrice dei Musei Civici Margherita Bolla, con il consigliere del Comune incaricato alla Cultura Antonia Pavesi . «Non presentando parti mancanti - è stato spiegato - si è provveduto al restauro al museo di Castelvecchio con il riposizionamento dei frammenti sulla tavola, la stuccatura e l'integrazione pittorica dei lembi di giunzione». Una sorta di restyling che, solo all'apparenza, cancella lo sfregio. Quello della rapina. Con quel museo che rimarrà deturpato fino a quando non torneranno i suoi 17 dipinti rubati.