HO accolto anche io con dispiacere la notizia che Ercolano, la mia città, non è stata scelta come Capitale italiana della cultura per il 2017. Le è stata preferita Pistoia. «La sana competizione che si è innescata tra le città è importante e lo sarà sempre di più man mano che crescerà il numero delle località candidate, come accade per gli Oscar», ha detto il ministro Dario Franceschi commentando la vittoria di Pistoia, accolta con applausi e gioia all'interno del salone del consiglio nazionale nel ministero in via del Collegio Romano. Questo abbiamo appreso dai resoconti dei giornali. È il secondo insuccesso di Ercolano su questo terreno. Ci aveva, infatti, già provato per il 2016, uscendo sconfitta con Mantova. Il dispiacere nasce dall'amore che ho per la mia città e dal fatto che, come a tutti noi, avrebbe fatto piacere vederla salire agli onore della cronaca nazionale per il suo patrimonio storico, culturale, archeologico. Va detto, però, che la commissione giudicatrice istituita dal ministero per i Beni culturali ha fatto un lavoro minuzioso, di dettaglio. Un lavoro condotto con scrupolo e in autonomia sulle varie proposte progettuali. A vincere non sono state le città con più patrimonio culturale ma quelle meglio gestite sotto molti punti di vista, tanto da essere capaci di costruire una vera visione del futuro. Il programma culturale doveva secondo il bando - essere innovativo: prevedere linee di sviluppo locale non di breve periodo; valorizzare le industrie culturali e creative e le filiere produttive; lavorare, poi, sulla cooperazione tra operatori culturali e turistici e la partecipazione attiva degli abitanti della città. Chi si è candidato ha dovuto presentare veri e proprio dossier progettuali. In questa documentazione, ha indicato gli interventi proposti per valorizzare i beni, migliorare i servizi per il turismo, costruire reti, rigenerare il tessuto urbano. Una cosa seria, quindi. Una vera idea di città. Uno sguardo sul futuro, non autoreferenziale, non vanitoso. Non un generico riferimento a quanto siamo belli, ma un autentico piano di sviluppo elaborato nei dossier progettuali allegati alla domanda. Si diventa, quindi, capitali culturali non per vicinanze politiche, capacità di muoversi negli ambienti romani, rapporti personali col potere ma per idee, strategie, spessore e progetti. Quelli che, evidentemente, Mantova prima, e Pistoia dopo, hanno saputo costruire meglio di Ercolano. Non tutto è perduto, in ogni caso. È stato importante provarci. Anche due sconfitte possono insegnare. Intanto com'è stato fatto e come si deve fare ancora bisogna credere nei propri mezzi e nelle proprie potenzialità. Poi bisogna ricordare che visioni e lavoro vengono prima di ogni cosa; che le battaglie si vincono più con le idee che con le relazioni personali, più con i fatti che con l'immagine. Infine, che capitali della cultura bisogna diventarle giorno per giorno, con un lavoro attento, una presenza costante sui problemi, uno sguardo fisso sul futuro. È, questo, un lavoro che chi come me ha fatto il sindaco lo sa è a tratti estenuante, arido di gratificazioni, ma all'improvviso luminoso. Si semina con la schiena curva, poi si raccoglie. Non basta sorridere e stringere mani. Prima sudi, poi vinci.