NELLA storia delle statue inscatolate l'aspetto peggiore consiste nel mescolare tutto in un frullato mediatico in cui non si coglie più cosa è grave, cosa è ridicolo, cosa è semplicemente stupido. È ridicolo, ad esempio, mettere sullo stesso piano l'auto- censura per le opere d'arte e la mancanza di vino o altri alcolici a tavola. La prima, come si è detto e scritto in queste ore, è un'aberrazione; la seconda è solo un gesto di riguardo verso l'ospite. Lo si è sempre fatto, negli anni della prima come della seconda repubblica: niente bevande o cibi che possono urtare le sensibilità e i precetti religiosi dell'invitato. La laicità non si misura con un bicchiere di vino, né in Italia né altrove in Europa. Accade lo stesso quando in una casa privata viene a cena un vegetariano o un vegano: si evita di infliggergli ciò che non vuole o non può mangiare e bere. È grave invece tutto ciò che descrive un cedimento morale e culturale all'ospite straniero nel tentativo di compiacerlo, magari in un eccesso di zelo. Quindi le statue coperte, certo: ma soprattutto in quanto simbolo del silenzio su temi imbarazzanti. Le vignette dei giornali ieri dicevano più di un editoriale, come si dice in questi casi. Una di Staino sul'Unità - il giornale del presidente del Consiglio - mostra due funzionari (di Palazzo Chigi, si suppone, visto che la Sovrintendenza si è chiamata fuori) alle prese con un grande pannello. Raffigura un impiccato che penzola dalla forca. E uno dei due personaggi dice all'altro: «Lo mettiamo davanti alle statue nude perché non si imbarazzi ». Forse sarebbe interessante sapere se e come la questione dei diritti umani in Iran - dove i gay vengono spesso giustiziati - è stata posta all'illustre ospite, al di là di qualche frase di circostanza. Anche questo, anzi soprattutto questo, è un modo per difendere l'identità culturale dell'Occidente e il nostro attaccamento ai diritti di libertà, a cominciare dalla libertà d'espressione. Perché se tali valori finiscono inscatolati non appena si profila l'opportunità di qualche buon affare economico, sia pure cospicuo, ecco che il problema non è più solo l'aver messo le mutande alle statue in omaggio a una teocrazia. E ciò vale per l'Iran come per il Qatar o l'Arabia Saudita. Discutere con gli integralisti è sempre pericoloso, se non si ha chiaro fin dove ci si può spingere nelle concessioni. Se poi il governo, nelle persone di Renzi e Franceschini, davvero non sapeva nulla dell'auto-censura, l'episodio finisce per sconfinare nel grottesco. Un pasticcio internazionale a Roma all'insaputa dell'autorità politica. Laddove invece il Papa, come è ovvio, si è presentato davanti all'ospite iraniano con il crocefisso al collo. Inimmaginabile il contrario: ma quel crocefisso è il simbolo di un'identità, di una cultura, di una storia. Non sappiamo se Francesco abbia parlato a Rouhani di libertà civili: se lo ha fatto, le sue parole possono solo aver tratto forza da questa dichiarata consapevolezza di sé. «Soprattutto mai troppo zelo» raccomandava Talleyrand, che pure sapeva come far piacere ai potenti. È un consiglio troppo spesso disatteso. Chi non ricorda la tenda beduina allestita per Gheddafi a Villa Pamphili al tempo del governo Berlusconi? Il libico non era un teocrate, tutt'altro: agiva nel solco laico di Nasser, come peraltro Saddam Hussein. Ma era un dittatore feroce a cui tendeva a inchinarsi l'Italia nelle sue varie espressioni politiche, come pure la Francia di Sarkozy che poi lo ha bombardato per sottrarre a Roma, senza riuscirci, i vantaggi economici. Anche Parigi aveva allestito una tenda per il capo libico e le sue amazzoni. A Gheddafi non interessavano le statue velate, ma era pronto a umiliare l'Italia - spesso con successo - proprio perché sapeva, dal pragmatico che era, che poi avrebbe negoziato gli affari. Allora come oggi, con i laici autoritari come con gli integralisti medioevali, il problema è sempre di chi si pone dall'altra parte del tavolo.