C'è qualcosa di veramente ipocrita nell'ondata di sdegno contro la brevissima copertura delle statue del Campidoglio: nelle ore in cui il ministro Dario Franceschini stronca forse per sempre l'archeologia italiana (facendo scomparire l'archeologia preventiva e le soprintendenze archeologiche) in un silenzio assordante, moltissime voci si alzano in difesa di statue antiche di cui a nessuno importa in realtà un fico secco. Naturalmente si può pensare ciò che si vuole della scelta del cerimoniale di Palazzo Chigi che peraltro era stata attuata nello stesso modo a Firenze tre mesi fa, quando Renzi incontrò un certo sceicco , ma io non riesco a ritenerla uno schiaffo all'arte, alla cultura o alla conoscenza. Perché mai come in questo momento storico, l'arte, la cultura e la conoscenza dovrebbero servirci ad essere aperti, accoglienti, tolleranti. L'isterismo identitario che spinge verso una strumentalizzazione muscolare dei simboli mi turba: perché è profondamente antiumanistico. In Iran, si dice, non saremmo trattati così: ma questo è un ottimo motivo per sottrarsi a una gara al ribasso verso l'intolleranza. Quale futuro costruiamo se pensiamo di dover rispondere all'intolleranza altrui con una intolleranza simmetrica? Cosa c'è di male nell'essere generosamente gentili con un ospite che viene in pace, al culmine di un processo di disgelo importantissimo per le sorti della pace mondiale? Davvero pensiamo che anche il cerimoniale di una visita di Stato debba diventare il teatro di quel preteso scontro di civiltà che rischia di distruggerci veramente? Un vecchio proverbio toscano dice che è brutta cosa essere vinto in cortesia: ospitalità e civiltà non dovrebbero forse spingerci ad essere più cortesi possibile? Si legge che ci saremmo mostrati deboli. Ma davvero pensiamo che la forza culturale stia nell'affermazione perentoria di se stessi? Se vogliamo essere pedagogici con un ospite che viene da un paese integralista non dovremmo invece mostrare che la sicurezza della nostra identità è perfettamente compatibile con la disponiibilità ad andare incontro al diverso? Quanto alla dignità delle opere d'arte, è davvero curioso che tutti se ne ricordino solo ora. Usiamo ormai i nostri musei come ipermercati, asserviamo le nostre opere d'arte a fini che non hanno nulla a che fare con la cultura: ma la mercificazione non ci turba quanto ci turbano quei pannelli davanti ai nudi. Perché non ci accorgiamo nemmeno più di essere integralisti del mercato, talebani del denaro. Le opere d'arte fanno parte della nostra vita, non sono mostri sacri e intoccabili: se le ragioni della civiltà ci consigliano di coprire per qualche ora un'opera d'arte al fine di costruire uno scambio culturale vero, cosa c'è di male? E, come ho provato a dire in un commento a caldo, non abbiamo certo le carte in regola per poter rivendicare, come fa la Francia, un radicalismo laico nei confronti delle immagini: noi che lasciamo i crocifissi nelle aule scolastiche e giudiziarie di uno Stato che non riesce tuttora ad essere laico. E anche qua la dinamica è assai simile: i simboli cristiani sono strumentalizzati in senso identitario o tradizionalista soprattutto da chi non è credente, così come le statue del Campidoglio sono brandite da chi non ha alcun interesse a conoscere la civiltà classica e i suoi valori. Se vogliamo trovare il punto critico nella vicenda del Campidoglio possiamo semmai vederlo nella contraddizione tra la perfetta ospitalità verso chi arriva carico di soldi e l'arroganza con cui invece non ci curiamo degli immigrati che cercano di diventare nostri cittadini, e mandano i figli in scuole pubbliche che avrebbero tutto il diritto di vedere libere dai simboli del cristianesimo, e dall'ora di religione. È questo che ci rende deboli, incivili, perdenti.
L'isterismo identitario e le statue del Campidoglio
Il ministro Dario Franceschini ha deciso di eliminare l'archeologia preventiva e le soprintendenze archeologiche, suscitando un'ondata di sdegno. Tuttavia, il sottostante è che molte persone si sono alzate in difesa di statue antiche, come quelle del Campidoglio, senza apparentemente preoccuparsi della loro importanza culturale. L'autore sostiene che ciò è ipocrita e che l'arte, la cultura e la conoscenza dovrebbero essere aperte e tolleranti. Critica l'isterismo identitario che spinge a strumentalizzare i simboli e sostiene che la gentilezza e l'ospitalità sono fondamentali per costruire un futuro positivo.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo