La difficoltà di legare il turismo della Torre con il resto di Pisa e le carenze del centro secondo Cosimo Bracci Torsi Da quell'ufficio situato al quinto piano in riva all'Arno ha un'ottica e una visuale certamente privilegiate. Può vedere e "leggere" la città, coi suoi pregi e i suoi difetti, molto meglio di tanti altri. E, soprattutto, può verificare quali sono i margini di correzione. Cosimo Bracci Torsi è al vertice della Fondazione Palazzo Blu e si gode i molteplici successi che l'attività di quell'autentico scrigno turistico-culturale continua a mietere anno dopo anno, mese dopo mese. Tra qualche settimana, la mostra su Toulouse-Lautrec chiuderà con un bilancio sicuramente superiore alle ottantamila presenze. L'anno scorso, per Modigliani, si oltrepassarono addirittura le centodiecimila. Un record che si vuole nuovamente accarezzare nella prossima stagione autunno-inverno, quando a Pisa arriveranno in esposizione le opere di Salvador Dalì. Presidente, Palazzo Blu sta andando a gonfie vele. Questo è sotto gli occhi di tutti. Non le sembra però che si tratti di un'oasi nel deserto, se parliamo di Pisa prescindendo da piazza dei Miracoli? «Siamo sicuramente diventati un buon punto d'attrazione, una realtà importante sotto l'aspetto della fruizione culturale, insieme a piazza dei Miracoli e alle tre Università d'eccellenza. Però...». Però cosa? «Però piazza dei Miracoli e le tre Università non sono integrate nella città. O meglio, la città le utilizza male, non sa metterle in rete. Prendiamo, ad esempio, le Università: sono considerate dei bacini di utenza per paninoteche o per case e camere da affittare. Piazza dei Miracoli dovrebbe essere il faro di Pisa, la porta d'entrata della città. Invece, poco o niente dei tre milioni di visitatori che vengono conteggiati ogni anno in piazza del Duomo penetra nella città. Occorrerebbe aprire dei percorsi più facili e più comodi verso il centro, utilizzando un maggior numero di mezzi pubblici, magari i bus elettrici. Via Pietrasantina, il tragitto a cui sono costretti i turisti che scendono dagli autobus, è un'autentica vergogna. Sui lungarni, se togliamo Palazzo Blu, gli altri musei non li visita nessuno. San Matteo è infinitamente più importante, ma si visita male, non c'è posto per far fermare gli autobus davanti, non c'è un book-shop.Dopo tutto questo, bisognerebbe poi lavorare sul miglioramento del centro e sulla sua qualità: quando i turisti visitano una città mangiano, bevono, fanno acquisti. A Pisa mancano negozi e locali caratteristici, piazza delle Vettovaglie dovrebbe essere un salotto e non quel caos che è diventata». In questo contesto Palazzo Blu funziona, e bene. Qual è allora il vostro segreto? «Noi facciamo solamente quello che deve essere fatto normalmente. C'è da dire che la nostra Fondazione gode di una agibilità e flessibilità nell'amministrare le risorse di cui dispone che non sono certo paragonabili a quelle di un ente pubblico, ma non abbiamo proprio inventato nulla di nuovo. Siamo solo degli imitatori dell'esistente, di quello che già esiste e che fanno in molti Paesi del mondo. Anche se alcuni critici d'arte arricciano il naso quando lo dico, penso che stare in modo competitivo sul mercato culturale significhi anche andare incontro al pubblico, dandogli cosa vuole e cosa cerca. In Italia e anche a Pisa, talvolta, le mostre e i musei sono fatti essenzialmente per chi li fa, non per il pubblico. Una mostra deve essere sì scientificamente corretta, ma deve anche attrarre presenze. Purtroppo, le istituzioni culturali italiane sono un po' troppo referenziali. Non va bene creare delle Disneyland, ma nemmeno limitarsi alla presentazione di un lavoro scientifico». A proposito di pubblico, sono ormai anni che vi premia. Non le sembra? «Abbiamo indovinato il filone della pittura novecentesca, che rende possibile un progetto di una certa continuità. La pittura del Duecento-Trecento pisano va bene, ma una volta ogni dieci anni, anche perché il patrimonio è parecchio ristretto e delicato. E poi occorre confrontarsi con la realtà: l'età media della popolazione che gravita giornalmente su Pisa è bassa (grazie soprattutto agli studenti) e quindi dobbiamo guardare maggiormente all'arte moderna e contemporanea. I giovani hanno un'altra mentalità. Le racconto un aneddoto: negli anni Cinquanta mio padre mi portò a Roma a vedere una mostra su Picasso. Ad un certo punto mi ricordo esclamò: "Ma cos'è questo schifo!". Invece, allora Picasso m'incuriosiva da matti». Conferma l'indiscrezione riportata l'altro giorno dal Tirreno circa la prossima mostra della stagione autunno-inverno dedicata a Salvador Dalì? «Sì, certo. Confermo. A partire da ottobre organizzeremo questa mostra con la collaborazione della Fondazione Gala-Salvador Dalì a Figueres, che rappresenta il massimo detentore di opere dell'artista spagnolo. Ci saranno oltre un centinaio di opere, un po' di tutte le tecniche usate. Ovviamente, il tutto, come sempre succede a Palazzo Blu, sarà unito da un filo logico, capace di far emergere un racconto della vita di Dalì». Palazzo Blu è già all'apice delle proprie potenzialità, oppure si può fare ancora di più? «Si può ulteriormente migliorare, ma è difficile andare molto oltre come risultato di visitatori. Penso che le 110mila presenze avute con Modigliani nel 2014 siano il massimo che è possibile raggiungere con gli spazi e le risorse a disposizione». Torniamo alla città che fatica a sbloccarsi e a presentarsi come un unicum turistico. Lei ci crede in un futuro che possa vedere un articolato circuito museale dei lungarni? «Le ribadisco che la città continua a soffrire di una completa asimmetria con l'area di piazza dei Miracoli, dove c'è un turismo di passaggio, di nemmeno due ore, completamente isolato dal resto di Pisa. Un dato che conferma questo: da piazza Duomo sono pochissimi i turisti che raggiungono Palazzo Blu e sfruttano la convenzione esistente. Le rispondo alla domanda e vengo ai lungarni. Qui, secondo me, c'è un eccessivo sbilanciamento tra i quattro poli in questione, compreso Palazzo Blu: Palazzo Reale conta su collezioni decisamente meno importanti e appetibili e inoltre convive con gli uffici della Soprintendenza; Palazzo Lanfranchi ha degli evidenti problemi strutturali ed è adatto solo ad esposizioni temporanee. Diverso il discorso per San Matteo, che vanta una collezione di straordinaria importanza e che dovrebbe essere considerato fra le tre bellezze di Pisa, insieme a piazza dei Miracoli e piazza dei Cavalieri. Ma così non può andare, dovrebbe essere completamente ristrutturato. Chi ci entra ha quasi la sensazione di entrare in una casa privata. E poi, non esiste museo al mondo di quella importanza senza dei servizi ormai essenziali, come può essere ad esempio un book-shop». Un aiuto a rivitalizzare l'area verrà anche dal Museo delle Navi Antiche. O no? «Su questo non vorrei esprimermi. Perché ne ho sentite e viste tante. Le dico solo una cosa: le prime navi furono tirate fuori nel 1998. Sono passati quasi vent'anni e a che punto siamo? Siamo ancora indietro. La storia assomiglia ad una sorta di fenomeno carsico: un fiume che va sotto terra e che ogni tanto riemerge. Secondo il ritmo del cambio dei ministri: quanti ne ho visti... Urbani, Buttiglione, Rutelli, Melandri, Bray, Franceschini. Ne avrò dimenticati certamente più di uno». Data la sua esperienza al vertice della Fondazione Pisa, cosa pensa di quanto successo recentemente con il Comune, con la perdita del finanziamento per le mura? «Mi ricordo bene quel finanziamento. Fu deciso quando in Fondazione c'ero ancora io. E fu assegnato per l'interesse dell'opera e gli eccellenti rapporti con il Comune, ma soprattutto perché la destinazione e i tempi dei lavori erano precisi. È grave e allo stesso tempo spiacevole che sia andata a finire così». A proposito di opportunità gettate alle ortiche, ritiene che possa essere annoverato in questa lista anche l'immobile ex Sepi ed ex Telecom? «Indubbiamente sì. In mezzo a polemiche grottesche, la città ha incredibilmente perso una grande occasione di portare a termine il recupero di un'importante area del centro storico. Un edificio francamente brutto, difficilmente utilizzabile, e dunque assai poco appetibile, che aveva trovato una fondazione senza scopo di lucro che vi avrebbe insediato dei laboratori scientifici (privi d'impatto ambientale). Non sarà facile che ricapiti e spero non diventi la Mattonaia-due».