Vigilia di Arte Fiera tra prime scoperte e delusioni: dalla Fondazione del Monte al Museo della Musica CHE cosa mi mostra una mostra? Se un visitatore mediamente istruito non trova risposta a questa domanda, la mostra ha fallito lo scopo. In attesa dell'abbuffata di mostre di ArtCity, il circuito off di Arte Fiera, entri un po' a caso in una delle prime aperte, al Museo della Musica, e ti assale proprio quella sensazione. Cosa ti fanno vedere? Un video dove un signore annoiato dietro occhiali scuri spiega in inglese e in modo rapsodico le sue predilezioni artistiche. Tre poster che sembrano la pubblicità murale di una mostra (questa?) con foto di recinzioni in cemento. Una poltroncina di legno. Un modellino di muretto "montaliano" coi cocci di bottiglia. Un sonoro di rumori domestici. Fine. Sai che il titolo della mostra è Casa a Mare Dwelling Art. Per sapere chi ti sta parlando (Luca Coclite, Giuseppe De Mattia, Massimo Carozzi e il curatore Claudio Musso), devi ricorrere a un foglio ciclostilato. Per sapere cosa avevano intenzione di dirti, devi lottare con definizioni come « Casa a Mare è il contenitore di un immaginario parallelo»,«esprime l'intento di creare una dimensione abitativa attraverso l'uso di materiali recuperati» (la sedia?) «densi di rimandi evocativi». Del resto, si afferma, la Dwelling Art «rifugge definizioni e descrizioni». Rifugge. Rassegnati. Può essere che dietro ci stia un progetto artistico di valore, ma difficilmente lo potrai dire, per un semplice motivo: ti viene impedito l'accesso al senso. Non è un problema di arte. È un problema di relazione. Del dialogo che gli artisti vogliono avere con i visitatori della mostra. Il sospetto fondato è che l'umano desiderio di riconoscimento dell'artista, che una volta veniva pagato con la moneta dell'ammirazione per la bravura tecnica, oggi venga riscosso sotto forma di soggezione. Non capisco cosa vuoi dirmi, quindi è arte. Siamo ormai oltre le due comuni reazioni di sconcerto del consumatore d'arte contemporanea, ovvero «questo lo sapevo fare anch'io » e «non mi dà emozioni». Siamo all'ermetismo come valore aggiunto. Non c'è alcun dubbio che gli artisti sappiano spiegare (lo hanno fatto sicuramente al curatore) il senso del proprio lavoro: ma non al visitatore. E dire che sarebbe così semplice scrivere (come nel pannello iniziale di un'altra mostra del circuito, Terra Provocata, alla Fondazione del Monte) una cosa come «questa mostra intende dare testimonianza della ricerca artistica attuale in campo ceramico». Ma forse offrire chiavi di lettura semplici senza che siano banali è sconveniente per un artista. Però c'è un però, ed è che questa mostra sta in un museo pubblico, uno di quei buoni musei da cui si esce con una gradevole sensazione di arricchimento. Da troppe mostre d'arte contemporanea invece si esce con la sensazione di essere novizi indegni del sapere iniziatico, ammessi solo ad ammirare il mistero. Attenti, perché alla lunga i visitatori si stancheranno, si rivolgeranno ad altri più appaganti piaceri culturali, e per il sistema dell'arte saranno case a mare.