«HO ACCOLTO con grandissima preoccupazione la notizia della chiusura della soprintendenza archeologica a Taranto. A sostenermi, semmai, è la speranza di sbagliarmi e di essere contraddetto dai fatti. Ma si tratta di una speranza appesa davvero a un filo». A rivendicare il suo no al trasloco della soprintendenza archeologica da Taranto a Lecce, futura sede della soprintendenza unica, è Francesco D'Andria, docente emerito di archeologia all'Università del Salento. Cosa contesta in questo trasferimento? «In primo luogo la modalità con cui è stata operata questa riforma, fatta passare attraverso un codicillo all'interno della Finanziaria. Segno che, evidentemente, il ministro Dario Franceschini deve aver fatto le cose con un eccesso di fretta. Non è possibile approcciarsi al sistema della tutela del patrimonio culturale se non con attenzione e, soprattutto, con una conoscenza approfondita delle varie realtà dei beni culturali in Itali, che sono preziose e importanti proprio per la loro diversità e peculiare stratificazione sui territori» Eppure dal ministero si rivendica la necessità di una razionalizzazione come motivo ispiratore di questa riforma. «Una cosa è il riordino necessario, un'altra la soppressione di istituzioni culturali con una tradizione di attività e studi consolidata. In questo senso, non rinnego certo di essere stato critico verso l'autorefernzialità delle soprinetdnenze e di alcuni loro funzionari. Ma solo perché volevo che le cose migliorassero, mica perché fossi orientato alla distruzione delle soprintendenze». Cosa perde Taranto con questa chiusura? «Intanto qualsiasi misura passa per le persone: coloro che vi lavorano e che, certamente, lo fanno senza misurare i loro sforzi saranno demoralizzati e demotivati. Taranto perde un secolo di attività, cento anni durante i quali si è accumulata un'esperienza, tradizioni e un consenso diffuso, da parte una città così martoriata, verso l'archeologia e la tutela dei beni culturali. Non per caso, a Taranto, è nata una rete di associazionismo culturale che nell'archeologia ha immaginato uno dei possibili motivi di riscatto della città. Senza contare il rischio di dispersione di un patrimonio consolidato» A cosa si riferisce? «Mi chiedo che fine faranno gli archivi della soprintendenza, dov'è custodita la memoria dell'archeologia in Puglia: saranno trasferiti a Lecce, dove peraltro non c'è nemmeno una sede idonea per accoglierli? Basta visitare l'ufficio distaccato della soprintendenza archeologica a Lecce per accorgersi di quanto già la loro situazione sia precaria e inadeguata». Cos'è che non va, allora, in questo riordino? «Intanto la riforma si basa su due principi inaccettabili: la prima è l'opzione ideologica, ovvero non si può accorpare senza criterio. Siamo tutti d'accordo che i beni culturali costituiscono un sistema unico, ma questo non significa che si possa accorpare meccanicamente con buona pace delle specificità territoriali e disciplinari. Il secondo errore, infine, è dettato dal falso mito della sburocratizzazione e dell'efficienza che è alla base della fretta di Franceschini. Perché supera a piè pari i livelli tecnici: senza gli archeologi tra i piedi sarà molto più facile dare autorizzazioni magari altrimenti impossibili». (a.d.g.)
"Temo il rilascio di autorizzazioni che fino a oggi sarebbero negate"
La soprintendenza archeologica a Taranto è stata chiusa e trasferita a Lecce. Francesco D'Andria, docente emerito di archeologia, ha espresso preoccupazione per questo trasferimento. Contesta la modalità con cui è stato operato, che è stata fatta passare attraverso un codicillo all'interno della Finanziaria, e sostiene che il ministro Dario Franceschini ha fatto le cose con eccesso di fretta. D'Andria sostiene che il trasferimento è un errore e che Taranto perde un secolo di attività e un patrimonio consolidato.
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