E' finita l'epoca del mecenatismo fine a se stesso e semplicemente autocelebrativo del benefattore. Ora sia imprese, sia fondazioni bancarie, quando mettono mano al portafogli per finanziare restauri o promuovere eventi culturali, «devono avere ben chiaro il target cui intendono riferirsi», sviluppando «un preciso piano di investimento» che si allontani sempre più da un concetto di semplice carità. «Ovvio», precisa Furio Garbagnati, presidente e ceo dell'agenzia di comunicazione Weber Shandwick Italia, «questo non significa che bisogna subordinare l'autonomia del progetto culturale alle esigenze di comunicazione. Ma si deve correlare il progetto stesso ad aziende, enti e istituzioni pubbliche che possano risultare vicini e omogenei». Le fondazioni bancarie sono tra i più importanti erogatori nel comparto dell'arte e della cultura, mettendo sul piatto circa 350 milioni di euro all'anno «con un vero approccio di responsabilità sociale. Le imprese, invece», commenta con toni critici Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, «mi paiono oggi dedicarsi alla social responsability con intenti troppo commerciali e senza convinzione, sbandierando spesso valori e comportamenti etici che non coincidono con la loro identità». Certo è che i soldi di aziende e fondazioni, legati a strategie più o meno sincere, consapevoli e meditate, fanno un gran comodo al ministero dei beni e delle attività culturali, cui vanno invece finanziamenti pubblici pari a un misero 0,17 del pil. «A Pisa San Rossore», sottolinea il ministro Giuliano Urbani, «stiamo creando una fondazione che avrà come soci alcune fondazioni bancarie per finanziare il mu-seo delle navi antiche. Per il Museo egizio di Torino stiamo mettendo a punto lo statuto di una fondazione che ha tra i soci fondatori due istituzioni bancarie della città, A Milano c'è il progetto della Grande Brera al quale le fondazioni non saranno estranee. Sono tutte operazioni che servono a valorizzare i distretti turistici e produttivi, e, complessivamente, il made in Italy. E che quindi portano ritorno economico allo stesso sistema bancario». Ma, come sottolineato nel convegno «Cultura, arte e social responsability: il ruolo delle fondazioni bancarie», organizzato ieri a Milano da II circolo in collaborazione con Weber Shandwick, ci sono alcuni problemi normativi che potrebbero frenare i finanziamenti dalle fondazioni: «Nel 2002 le erogazioni Cariplo complessive per l'arte sono state di oltre 45 milioni di euro», commenta Guzzetti, «ma con la Finanziaria 2001 sono iniziati i primi vincoli, obbligando le fondazioni, che sono soggetti privati, a scegliere solo tre settori nei quali investire prevalentemente. Noi di Cariplo potremmo decidere per i servizi alla persona, l'ambiente, e i trasferimenti tecnologici all'industria e alla pubblica amministrazione. Tre settori, lasciando fuori l'arte. Ha senso tutto ciò? Ha senso costringere dentro la stessa camicia fondazioni che erogano centinaia di milioni di euro e altre invece che danno poche migliaia di euro? Non credo. E spero che il legislatore ci venga incontro». Anche perché, nella sola Milano, i restauri Cariplo della Biblioteca ambrosiana, di Palazzo reale, del teatro alla Scala, dei chiostri di S. Simpliciano e S. Eustorgio, tanto per fare qualche esempio, potrebbero restare vecchi ricordi del bel tempo che fu.