Al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, On. Dario Franceschini Al Sottosegretario di Stato, On. Ilaria Borletti Buitoni Al Segretario Generale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, arch. Antonia Pasqua Recchia Al Presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, prof. Giuliano Volpe Al Direttore Generale Archeologia, dott. Gino Famiglietti I sottoscritti dirigenti archeologi, visto lo schema di riorganizzazione del Ministero, prendono atto che è stata assunta la decisione politica di adottare un nuovo modello di organizzazione del sistema di tutela del patrimonio culturale italiano, che non prevede più l'esistenza di Soprintendenze specificamente dedicate all'archeologia nelle diverse regioni, ma Soprintendenze uniche con competenze miste distribuite sul territorio su base inter-provinciale. E' doveroso, prima di tutto, ricordare che le procedure di tutela si sono sviluppate da decenni separatamente nei diversi settori di competenza tecnica (archeologia, architettura, arti), considerate le peculiarità proprie di ciascuno di essi. In particolare la concezione della tutela del bene archeologico, già di per sé soggetto ad uno speciale regime giuridico rispetto agli altri beni culturali, anche a seguito della ratifica italiana della Convenzione della Valletta è andata ben oltre il dettato della Legge del 1939, ripresa dal Codice attualmente in vigore, e si estende dalle "cose di interesse archeologico" alla tutela integrale dei depositi stratigrafici conservati nel sottosuolo, a prescindere dalla loro antichità. Demandare le decisioni strategiche in questa materia a dirigenti sia pure dotati di funzionari specialisti -che non abbiano una precisa coscienza della disciplina archeologica può comportare il rischio di una sottovalutazione delle problematiche di conservazione eo di un atteggiamento meramente formale rispetto al loro corretto trattamento, con conseguente impatto sui tempi e i costi degli interventi di archeologia preventiva. Ancora più in generale, la frammentazione delle funzioni di tutela tra più uffici territoriali di dimensioni ridotte, rischia di privilegiare un atteggiamento "provinciale" della tutela, che non consente una visione di carattere generale delle problematiche storiche. Teniamo a ribadire che soltanto una conoscenza adeguata del patrimonio archeologico e delle diverse articolazioni delle discipline che all'archeologia fanno riferimento consentono un'attività di tutela che non sia cieca ma volta a privilegiare scelte necessarie e strategiche, oltre che capace di dialogare con la società ed incidere in essa attraverso la possibilità di far conoscere ed apprezzare il passato, al tempo stesso salvaguardandolo. Sulla base di queste considerazioni ci permettiamo di esprimere il nostro dissenso da orientamenti organizzativi che svalutano il carattere tecnico-specialistico delle Soprintendenze e ne riducono la portata territoriale alla dimensione provinciale e non più regionale. Anche un'opzione inter-settoriale, come quella programmata, avrebbe maggiori probabilità di successo se attuata a livello di regioni e non di province, enti peraltro in corso di ridimensionamento a livello amministrativo generale. Ciò premesso, siamo consapevoli che come funzionari dello stato, pur avendo superato concorsi pubblici specifici per funzionari archeologi prima e per dirigenti archeologi successivamente, siamo tenuti ad assumerci le nuove responsabilità che ci verranno affidate dal nuovo schema organizzativo, cercando di svolgerle nel modo migliore e con spirito di lealtà. Proprio per questo, forti delle esperienze vissute in questi mesi per il passaggio dei musei e aree archeologiche ai Poli Museali, ci permettiamo di chiedere che la transizione avvenga secondo tempi rapidi (la situazione di provvisorietà rischia di avere pesanti ripercussioni sulla tutela), e soprattutto con indicazioni univoche, chiare e coerenti, e nella piena consapevolezza delle situazioni assai articolate presenti in periferia. Sono nostro interesse la salvaguardia del patrimonio archeologico e del paesaggio culturale e la continuità dell'azione amministrativa, ad evitare che nel lasso di tempo necessario per organizzare la nuova articolazione il territorio italiano, già fragile e sottoposto a numerose modifiche ed opere pubbliche e private, abbia a risentire in modo irrecuperabile della trasformazione delle articolazioni territoriali del Ministero. In particolare si ritiene opportuno segnalare i seguenti aspetti problematici. Si tratta solo delle criticità più evidenti. Appare innanzitutto chiaro che la creazione delle nuove Soprintendenze uniche non potrà avvenire affatto a costo zero, dovendo individuare in molti casi nuove sedi, oppure adeguare quelle esistenti e trasferire strutture, depositi, archivi e personale. 1) Il materiale archeologico (in maggioranza, proveniente da scavi non completamente studiati né ancora catalogati, non inventariato) non necessariamente è conservato solo nei Musei e non sempre in ordine ad una distribuzione sub-regionale; quindi è anche in questo caso probabile che alcuni uffici si troveranno a detenere materiale proveniente da altri territori, con tutte le responsabilità e le spese connesse per la gestione; il problema della adeguata dotazione e della organizzazione di depositi per la conservazione di materiale archeologico diviene nuovamente centrale, vista anche l'appartenenza della quasi totalità dei Musei ai Poli. 2) Gli archivi sono organizzati, da quando esiste ESPI, non per topografia ma per procedimento, e quindi la separazione dei documenti richiederà tempo e risorse dedicate, salvo per gli archivi storici, per i quali esiste invece la necessità di conservazione nelle sedi originarie. 3) I laboratori di restauro, fotografici, grafici con attrezzature e gli archivi sono concentrati in un'unica sede e hanno caratterizzazione specificamente archeologica. Nelle soprintendenze uniche ubicate in sede diversa da quella delle attuali soprintendenze archeologia tutti questi servizi dovranno essere riorganizzati ex-novo in forma integrata. 4) Lo spostamento del personale dalla sede di attuale appartenenza costituirà un problema cruciale e richiederà probabilmente tempi lunghi; il rischio è che nelle regioni di maggiore estensione alcuni ruoli (specie archeologi e restauratori specializzati, ma anche quadri intermedi, ormai in grave insufficienza ovunque) rimangano carenti in alcune sedi e sovrabbondanti in altre. E' invece importante che ogni Soprintendenza abbia la dotazione organica necessaria per far fronte ai numerosi compiti che la attendono. Si deve poi cogliere questa occasione per integrare gli organici con personale competente nel settore informatico visti gli obblighi imposti dall'amministrazione digitale. Ci auguriamo che almeno questi accorgimenti, finalizzati al miglior successo possibile dell'attuale schema di organizzazione, possano trovare accoglimento presso le SS.LL. I dirigenti archeologi, Mariarosaria Barbera, Simonetta Bonomi, Elena Calandra, Adele Campanelli, Teresa Elena Cinquantaquattro, Francesco di Gennaro, Luigi Fozzati, Filippo Gambari, Luigi La Rocca, Luigi Malnati, Egle Micheletto, Marco Edoardo Minoja, Mario Pagano, Jeannette Papadopoulos, Andrea Pessina, Vincenzo Tiné.
Fonte non specificata
25 Gennaio 2016
Lettera dei Dirigenti Archeologi al Ministro Franceschini sulla riforma Mibact
Artista / Persona
Bene culturale
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