Per la proclamazione bisognerà aspettare l'anno prossimo. Ma quello incassato ieri dalle Mura di Città Alta è un lasciapassare fondamentale per arrivare al traguardo. È ufficiale: il progetto «Opere di difesa veneziane tra XV e XVII secolo» è candidato a conquistare il titolo di patrimonio dell'Unesco. Per la proclamazione bisognerà aspettare l'anno prossimo, perché l'Unesco si prende i suoi tempi per decidere: dai dodici ai diciotto mesi. Non è ancora il momento del «the winner is», ma il progetto «Opere di difesa veneziane tra XV e XVII secolo», unica candidatura italiana dell'anno a Patrimonio mondiale dell'Umanità, vale per Bergamo e le sue Mura già un Oscar. Quello di una consapevolezza culturale universale ora acclarata. Non era facile riunire nel nome dell'eredità della Serenissima città di tre regioni italiane, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. E di tre Stati, quelli dello «Stato de Tera» e dello «Stato da Mar», come li classificavano i geografi del tempo. E come il logo pensato dai giovani grafici dell'agenzia cittadina Woodoo ha sintetizzato in una linea che, partendo da Bergamo, la più occidentale delle città murate veneziane, comprendesse Peschiera, Venezia e Palmanova per arrivare a Zara, Sebenico e Korkula in Croazia e concludersi così, nel golfo di Cattaro-Castelnuovo nel Montenegro. Undici città sotto la stessa Repubblica, una storia comune con Bergamo al centro dell'Europa che guardava a Venezia. E con Venezia che guardava a Bergamo. Ma l'idea si è rivelata vincente. Bergamo, capofila di un progetto che ha battuto la concorrenza di Ivrea (che però ritenterà) ne è stata l'artefice principale. Mercoledì prossimo a Parigi ci sarà la firma degli ambasciatori dei tre Stati coinvolti per dare l'imprimatur al dossier. I voluminosi tomi che lo compongono passeranno così al vaglio della commissione alla quale spetterà l'ultimo, auspicato «ok» per terminare un iter che sarà arrivato a durare dieci anni. Una progettualità transnazionale, l'unica a cui sarebbe stato forse possibile aspirare, è stata incubata da tre amministrazioni: ideata da Bruni, coltivata da Tentorio e arrivata (quasi) al traguardo con Gori, il terzetto di sindaci che ieri si è ritrovato al tavolo per condividere una soddisfazione bipartisan. Fatta di ricordi per Bruni: «Pensammo a questa eventualità, io e Gianni Carullo, in una trasferta romana nel 2007». Condita dall'ottimismo di Tentorio: «È un giorno bello per la nostra comunità: i grandi risultati richiedono anni, ma poi arrivano», ha chiosato l'ex primo cittadino, con una rivincita di sponda sulla delusione patita con l'esclusione di Bergamo dalla corsa alla Capitale europea della Cultura. Infine con Gori, pronto a richiamare la valenza territoriale: «La decisione della Commissione è stata unanime, forse proprio per il carattere internazionale del progetto. E l'impegno di tutti, con quell'elemento partecipativo che è mancato in altre occasioni, ha visto riconosciuto e valorizzato il nostro patrimonio». Eccola, la parola chiave: le Mura di Bergamo sono il patrimonio della terra orobica. Da «pater» che significa cura, affetto, presa in carico, attenzione continua e disinteressata di un bene che si riceve in eredità e si deve gestire. «Da oggi comincia il lavoro», ha ribadito Luciana Frosio Roncalli, presidente dell'Associazione Terre di San Marco apparsa financo frastornata dall'emozione e già proiettata oltre «quei momenti di sconforto, quando Cipro e la Grecia abbandonarono il progetto». Da questa candidatura dovranno discendere per Bergamo e per le sue istituzioni altre responsabilità. L'impegno è chiaro: è quello dell'intreccio, della capacità di fare rete, di far conoscere e proiettare le potenzialità in una nuova dimensione. Le Mura, come ha sottolineato il geografo Renato Ferlinghetti, «sono pronte a vivere una terza vita: prima utili (per la difesa), poi inutili (dopo le guerre) e ora ancora "diversamente utili"». Per tutti.