La sua installazione è il frutto di una ricerca artistica intrapresa molti anni fa. Qual è la sua origine? «Al Mercato Centrale ho riprodotto con i vetri il simbolo del "Terzo Paradiso", un'immagine che ho costruito partendo dai due cerchi del simbolo matematico dell'infinito e aggiungendovi, attraverso due ulteriori intersezioni, un terzo cerchio intermedio: quello del finito, ovvero dell'esistente, del vissuto. L'idea è che l'opposizione fra due elementi ne produca un terzo, in un continuo processo di creazione, di equilibrio e di pacificazione. Come in filosofia la tesi e l'antitesi, che producono la sintesi; in biologia il maschile e il femminile, che danno origine alla vita, o in chimica l'idrogeno e l'ossigeno, che creano l'acqua». Un messaggio ottimista, il suo? «La mia arte non è professione né di ottimismo né di pessimismo: io parto da un concetto di necessità, anche sul piano critico». La sua opera è ospitata in un mercato. E sempre di più oggi, il cibo sta assumendo una valenza culturale. Cosa ne pensa? «Non avrei mai accettato di fare un'installazione per un luogo di largo consumo. Il Mercato Centrale è un luogo unico, sia perché ha una storia architettonica speciale, che risale all'Ottocento, sia perché è un aggregatore di piccoli produttori che lavorano sulla qualità e la sostenibilità, e a cui è stata data un'opportunità per arrivare direttamente al consumatore al di fuori dei circuiti della grande distribuzione, che non offrono alcuna garanzia di prodotti sani o non nocivi. Sono davvero convinto che l'educazione all'alimentazione sostenibile sia il grande tema del nostro tempo e che, al di là dalle dichiarazioni dei grandi leader mondiali, debba essere sentita sempre di più come una responsabilità comune e condivisa». È stato a Expo? «No, perché credo sia stata poco di più che una manifestazione folkloristica. Ma non ero contrario al fatto che venisse fatta e, per l'inaugurazione, ho esposto in piazza Duomo a Milano, e poi donato alla città, la mia "Mela reintegrata", che rappresenta anch'essa una declinazione del concetto di "Terzo Paradiso": l'idea è la fusione fra il paradiso naturale e quello artificiale grazie a un nuovo equilibrio, in cui scienza e tecnologia possano aiutarci a tornare nella natura. L'esatto contrario della mela della Apple, che rappresenta il dominio dell'artificio , con tutte le sue conseguenze». A Firenze si dibatte sulla difficoltà, in una città fortemente plasmata sul proprio passato, di trovare spazi destinati al contemporaneo. Lei ha avvertito questo problema? «Personalmente, non mi sono mai trovato in difficoltà. Ma da tempo collaboro con la Galleria Continua di San Gimignano che, con il progetto "Arte all'arte", sta facendo un lavoro straordinario per portare il contemporaneo nei musei di arte antica, e credo che questa sia la direzione giusta da prendere, senza contrapposizioni. In fondo, tutta l'arte è contemporanea. Forse, quello che dovremmo iniziare a fare è educare la società a comprenderla, se non l'arte del nuovo millennio, ancora di difficile definizione, almeno quella del Novecento ». Qual è per lei il senso più profondo del fare arte? «I contenuti. Un osservatore superficiale potrebbe dire che la mia opera è uguale a quella di Daniel Buren esposta lo scorso anno, ma non è così, perché la mia ha un significato etico, è portatrice di un messaggio che tocca la società. L'arte ha raggiunto nel Novecento il massimo grado di libertà, agli artisti è stato concesso di fare qualunque cosa. Oggi bisogna che a questa libertà si aggiunga la responsabilità, che l'arte sia connessa alla società: soltanto così si può fare avanguardia».