Premessa d'obbligo, magari un po' impopolare per i patiti della conservazione ma detta con franca e rivendicata stima. Ad avviso di chi scrive il ponte di Calatrava (o della Costituzione, o viceversa) è bellissimo. Certo, il canone del «bello» è soggettivo, o generalmente risponde a un gusto della medietà che senza spocchie intellettualistiche chiamiamo «comune». Il gusto, per capirci, che fa preferire l'armonia alla sua rottura, la rassicurante estetica del falso antico al coraggio dell'estetica del «moderno», o meglio ancora della contemporaneità. Un'esplorazione certo più difficile e sfidante, quella della contemporaneità. Ma profondamente necessaria se l'uomo non vuole rimanere ancorato alla pur mirabile «gabbia» che è il passato di questo paese (e della straordinaria città che è Venezia) ed è disposto invece a proseguire nella stratificazione di quel «bello» che è il tesoro urbanistico e architettonico italiano. Necessaria non solo, naturalmente, per motivi estetici, quanto soprattutto per rispondere alle domande di «funzionalità» che la società del presente chiede a chi il presente progetta. Venezia stessa, pur nella sua coerenza estetica e nella sua unicità, è frutto di una stratificazione architettonica, come lo sono le città che dalla classicità sono transitate attraverso il Medioevo dei Comuni tra romanico e gotico, il Rinascimento, il Barocco, il Neoclassicismo, l'Eclettismo, il Liberty, fin su al Razionalismo e, appunto, alla nostra contemporaneità. Fatta di esiti contrastanti, stretti fra la necessità di progettare la società della produzione e il rischio mal calcolato della inciviltà della speculazione (non solo edilizia). In un contesto di sfruttamento «democratico» del territorio dove la responsabilità è da dividere fra committenza, professionisti e una politica miope che ha purtroppo prodotto molti danni. Per parlar chiaro, in molti casi un mix di «bruttezza» e burocrazia guarnita quest'ultima dal piatto forte delle tangenti. Ci fermiamo qui perché non vogliamo aprire un dibattito nel dibattito (per quanto la forma architettonica e urbana del nostro presente ne avrebbe di grande e continuo bisogno), ma questa premessa si rende necessaria di fronte alla stroncatura che intendiamo fare del ponte di Calatrava sotto l'aspetto funzionale dell'opera. Grande architettura, straordinaria spina di pesce nel pesce architettonico che è Venezia, uno dei pochissimi gesti contemporanei di spessore nella città più fragile e difficile del mondo, con uso di materiali innovativi anche nella pavimentazione - su tutti il vetro - ed esteticamente coerenti con l'idea costruttiva. Non un «clone» del passato ma, appunto, un segno del presente per proseguire nella stratificazione storica. Chapeau. Ma è proprio sul limite funzionale dei materiali (e non solo, come vedremo) che cade ripetutamente il progetto di Calatrava. O meglio, per la precisione scivola e cade chi ci passa, sul quel ponte, soprattutto nel lungo periodo invernale. Circostanza che aggiunge un carico di negatività se si pensa che quello progettato dall'archistar spagnola è il ponte più attraversato e quindi battuto di Venezia. Certo, si dirà con verità, su tutti i ponti si scivola, tanto che da sempre quando ghiaccia si sparge ovunque il sale. Tant'é: su questo ponte non si può. O non serve. Perché il sale «normale» su cotanta e trasparente bellezza non è efficace e comunque rovinerebbe i gradini di vetro, che rappresentano una porzione rilevante dell'opera occupando entrambi gli ampi lati. Unico passaggio, fra l'altro, dove si possono trascinare i trolley assieme ad una fascia centrale di superficie liscia che però s'interrompe per almeno un 30 per cento della percorrenza (il resto è fatto di gradini). Il problema è diventato quasi un caso di scienza. Veritas, la multiutility deputata alla manutenzione del ponte (ma ci sarebbero altri due soggetti che concorrono alla potestas dell'opera: in-credibile ma vero, siamo proprio in Italia), ha anche recuperato un tipo di sale adatto alle strutture fatte di acciaio, pietra d'istria e vetro, ma nemmeno questo prodotto speciale funziona. Ci sarebbe una soluzione, dicono i tecnici che un'occhiatina agli altri ponti nel mondo l'hanno data. Ovvero, nei giorni più freddi, si potrebbero posare speciali passerelle, come si fa con l'acqua alta. Passerelle? A parte i costi, dicono elevati in un Comune sull'orlo della bancarotta, l'idea fa quasi ridere se in realtà in questa storia non ci fosse soprattutto da piangere. Passi (si fa per dire) che per costruire il quarto ponte sul Canal Grande ci vollero sette anni - doveva essere realizzato in 456 giorni e ce ne vollero oltre duemila -; passi pure che doveva costare 6,7 milioni e ne costò invece 11,6; passi perfino che l'ovovia per i disabili, costata due milioni, non è mai nemmeno entrata in funzione. Passi tutto perché ormai siamo abituati a tutto. Ma come si fa ad accettare che una volta scontati questi «dettagli», su questo popò di investimento che è il «ponte bellissimo» (almeno per chi scrive) non ci si regga in piedi o non si riesca a trascinare una valigia? Come si fa ad accettare la prospettiva che su questi undici milioni d'opera si debba essere costretti ad appiccicare una doppia passerella antighiaccio? L'idea è scartata dallo stesso sindaco Brugnaro, che in queste ore ipotizza addirittura di sostituire il vetro, dopo aver consultato la Corte dei conti. E quindi quale può essere la soluzione? La domanda è ovviamente retorica e meriterebbe una risposta che l'archistar (a digiuno di materiali o troppo occupato a specchiarsi nell'estetismo progettuale?) mai darà. Come del resto si sentono «deresponsabilizzati» tutti quei professionisti che progettano in modo autoreferenziale case e alberghi, fabbriche e negozi. Vogliono «lasciare un segno» e spesso lo fanno a prescindere, complici o ignari i loro committenti. Anch'essi comunque - come detto - con la loro parte di responsabilità. E che siano privati cittadini o amministratori pubblici non importa: anche il committente dovrebbe abituarsi ad essere parte del progetto perché questa civiltà abbia case funzionali oltre che belle, periferie e quartieri vivibili oltre che ricettivi, città intelligenti e praticabili oltre che esteticamente gradevoli o plausibili. E' un vizio «generazionale», quello della discrasia tra forma e contenuto, tra narcisismo e democrazia delle forme, tra estetica e funzionalità, che data, nel bene e nel male, da almeno gli anni Ottanta del Novecento, con grandi dibattiti nella stessa categoria di professionisti che il mondo progetta. Vale per l'esercito di architetti «ignoti», per i seminoti e vale per le archistar. Un mondo di «creativi» che spesso sembrano quasi lamentare il fatto che fra le loro idee e la realtà si frapponga un soggetto rompiscatole chiamato uomo. Santiago Calatrava, nella progettazione del suo ponte, ha fatto il passo più lungo della gamba perfino nella distanza dei gradini. Provate, se non l'avete mai fatto, ad attraversare la «meraviglia monca» sul Canal Grande. Il ritmo del passo non c'è, la camminata è faticosa e rimirare la trasparenza del vetro, se scalda l'anima, raffredda la stima di chi ha pensato più all'estetica dei materiali che all'etica del servizio ai cittadini e ai milioni di turisti che di lì transitano e con ghiaccio e umidità cadono. Un caso analogo - dove sempre di gelo, di archistar e di funzionalità negata si parla - è successo per la chiesa di San Paolo progettata qualche anno fa a Foligno da Massimiliano Fuksas e assurta ai disonori della cronaca in quest'ultimo rigido periodo. Nell'edificio religioso a forma di «cubo» (ah, i «cubi») fa troppo freddo d'inverno e troppo caldo d'estate. Dopo gli ultimi disagi, per la notte di Natale, i fedeli, rifiutatisi di pregare nel frigorifero d'autore, sono stati dirottati nel vecchio salone parrocchiale. Insomma, un altro plastico esempio di quanta distanza ci possa essere fra l'ambizione della vanità «privata» e la coscienza dei bisogni collettivi. E se a poco serve purtroppo in questi casi farsi ristorare del danno di vanità, mai nessuna archistar ascolterà del popolo i lamenti. In testa quello, pensando a Calatrava, che riecheggia dai versi trasfigurati dell'umile poeta-patriota che vide cadere Venezia perdendo con essa la sua vita: «Il ghiaccio infuria, il sal ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca».