Storica dell'arte, ex soprintendente al Polo Museale fiorentino La campagna degli «Angeli». L'ex soprintendente Acidini: se l'accordo è chiaro, aderirò Sono ancora nel Salone dei Dugento, come quando furono concepiti per Cosimo I de' Medici. E lì i 20 arazzi resteranno fino al 15 febbraio. Per evitare che vengano separati ancora, come 133 anni fa, quando i Savoia ne portarono metà al Quirinale, gli «Angeli del Bello» hanno lanciato una petizione. Cui manca la firma dell'ex soprintendente Cristina Acidini. Che spiega perché in una lettera al presidente degli «Angeli», Giorgio Moretti. Caro Giorgio, forse, insieme con altri, ti stai chiedendo perché esito a firmare la petizione per riavere a Firenze i dieci arazzi della serie di Giuseppe Ebreo di proprietà del Quirinale, dopo che per tanti anni e con passione ho seguito il restauro dei dieci panni fiorentini e ho condiviso la gioia di vederli riuniti tutti e venti e magistralmente esposti nella sala per la quale furono creati, in Palazzo Vecchio. Potrei rispondere in breve che, come da tante parti si afferma, la proprietà di questo o di quel bene nazionale poco importa, essendo patrimonio di tutti. Mi troverai sempre in prima fila a difendere il patrimonio artistico, a conservarlo e a promuoverne una sana valorizzazione, ma non a rivendicare su di esso diritti che paiono opinabili, sostenuti soprattutto dal sentimento comune. E questo vale tanto più per gli arazzi, in ragione delle loro note esigenze conservative: che siano arrotolati in un deposito buio a Firenze o a Roma, fa poca differenza. Ma non si tratta solo di questo. La mia memoria personale, come funzionario dei beni culturali, annovera solo 35 anni, ma la memoria storica collettiva della professione risale a molto più indietro, e aiuta a inquadrare la questione attuale in una vastissima casistica internazionale, ruotante intorno al tema delle «restituzioni» ovvero dei ritorni di opere d'arte o d'antichità, spostate nelle circostanze più varie, ai loro luoghi di provenienza. E sia che gli spostamenti fossero imposti con la violenza, sia che avvenissero nella piena legalità come per i dieci arazzi del Quirinale, il ripristino della situazione originaria crea sempre e comunque un trauma ulteriore e non dev'essere gestito affrettatamente, sull'onda dell'emotività e sotto la pressione dei media. Bastano alcuni nomi per capire la portata non solo culturale, ma anche e forse soprattutto politica, di queste controversie. I «marmi Elgin» del Partenone al British Museum. Comprati regolarmente e così salvati da sicura rovina, sostengono gli Inglesi; ma il venditore turco non aveva titolo a venderli, ribattono i Greci di oggi. I beni della Chiesa movimentati dalle ondate di soppressioni sette-ottocentesche e finiti nei musei. Solo a Firenze, si contano soppressioni lorenesi, francesi napoleoniche, lorenesi della Restaurazione, sabaude. Come reagiremmo, se Santa Trinita richiedesse la Maestà di Cimabue e Ognissanti quella di Giotto, dal dopoguerra riunite nella magnifica sala 2 degli Uffizi con una terza Maestà, quella di Duccio, che ogni tanto Santa Maria Novella torna a reclamare? Le spoliazioni compiute in Italia dai generali di Napoleone, con centinaia di opere portate in Francia, al Louvre e altrove, e solo in parte restituite. I patrimoni degli ebrei acquistati forzosamente dai Tedeschi, e non soltanto, nel periodo delle persecuzioni razziali, oggi sparsi in musei e collezioni del mondo, richiesti dagli eredi dei proprietari e talvolta riottenuti, ma sempre con fatica e con dispendio. I tesori antichi e moderni dei musei tedeschi, approdati nei musei russi come bottino di guerra. I reperti archeologici esportati in Usa, richiesti e in parte riavuti dopo laboriosi negoziati e indennizzi... Mi fermo qui: non voglio scrivere un trattato, ma solo suggerire la complessità e la delicatezza dell'argomento. Ogni «ritorno» o «restituzione» crea un precedente, di cui poi bisogna tener conto. Quanto si può, e fin dove, riavvolgere il nastro degli eventi srotolato dalla Storia? Anche per il nostro caso, domandiamoci che cosa accadrebbe se tutte le regge e residenze preunitarie di Parma, di Modena, di Lucca... richiedessero indietro i beni che i Savoia, divenuti d'essi legittimi proprietari, distribuirono per palazzi e ville della Corona, così come legalmente spostarono i dieci arazzi al Quirinale. Tutto ciò premesso, non è certo impossibile pervenire ad un accordo messo a punto «su misura» per i dieci arazzi del Quirinale, stante anche l'apertura al dialogo manifestata anzitutto dal Presidente della Repubblica. Per citare un caso recente, la Tavola Doria (un quadro che serba memoria della Battaglia d'Anghiari di Leonardo da Vinci), esportata a suo tempo illecitamente, è stata donata all'Italia dal museo giapponese che l'aveva acquistata in buona fede, con la condizione di partecipare alla valorizzazione dell'opera tramite un accordo culturale di lunga durata. E se è stato possibile raggiungere un'intesa con la parte giapponese (e con i suoi avvocati), a maggior ragione sarà possibile farlo tra soggetti istituzionali italiani. Se, nel rispetto dei reciproci diritti, il progetto fiorentino che tu hai lanciato e che guidi con tanta dedizione potrà esprimersi nella forma di un accordo condiviso con il Quirinale, sarò lieta di dare la mia adesione. Grazie per il tuo costante impegno nella città e per la città, con un caro saluto
Firenze, Acidini: Gli arazzi, la petizione e la mia firma
L'ex soprintendente al Polo Museale fiorentino, Cristina Acidini, non ha firmato la petizione per riportare a Firenze i dieci arazzi della serie di Giuseppe Ebreo, di proprietà del Quirinale. Acidini spiega che non vuole rivendicare diritti su questi beni, ma difendere il patrimonio artistico e conservarlo. Ha ricordato che la proprietà di questi beni non è importante, ma il loro valore culturale è. Ha anche menzionato casi di restituzioni di opere d'arte e antichità, come i marmi Elgin del Partenone al British Museum, e ha sottolineato la delicatezza dell'argomento.
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