Il presidente di Genus Bononiae, Fabio Roversi Monaco parla del progetto della mostra dei graffiti «strappati» dai muri di periferia. «Erano nascoste e sarebbero state distrutte: ammirare quelle opere d'arte è un diritto di tutti. Saranno esposti lavori da tutto il mondo». «Il museo è una istituzione permanente, senza fini di lucro, a servizio della società e del suo sviluppo, aperto al pubblico, che acquisisce, conserva, ricerca, comunica ed espone l'eredità materiale e immateriale dell'umanità e del suo ambiente a fine educativo, di studio e di intrattenimento». La definizione è dell'ICOM, l'International Council of Museums. Definizione su cui si sofferma Fabio Roversi Monaco, presidente di Genus Bononiae, parlando, per la prima volta, dell'operazione che lo vede impegnato a staccare e conservare graffiti d'autore in vista di una grande mostra dove saranno esposte non solo le opere bolognesi ma tante altre provenienti da musei e collezioni in giro per il mondo: «Riteniamo di averne ormai acquisita la disponibilità», spiega Roversi. Ma ancora prima che sull'esposizione, che si terrà negli spazi di Genus, in città si è acceso il dibattito sulla natura dell'operazione «salva-graffiti». Professore, partiamo dal principio. Da dove è nata l'idea di staccare i murales? «La suggestione mi è arrivata da un gruppo di amici e collaboratori, come Luca Ciancabilla in qualità di studioso di storia dell'arte. E dal fatto che un restauratore importante come Camillo Tarozzi era in grado di recuperare gli affreschi, perché di questo si tratta, pur realizzati in luoghi difficili da raggiungere e su materiali (i muri, ndr ) che non sono quelli consueti». Poi che cosa è accaduto? «Ho visitato, da neofita, i luoghi dove si è sviluppata la Street Art, ho visto i muri: per me è stato fondamentale sapere che di quegli spazi era stata prevista la distruzione, irreversibile». Di che luoghi parla? «Spazi privati dove c'erano le condizioni per intervenire, anche se con sforzi enormi. Il piano regolatore del Comune ne ha previsto, legittimamente, usi diversi, per tante opere la sorte era (ed è) segnata. Allora mi sono detto: se uno non ha la possibilità di andare in quei luoghi, come ho fatto io, non potrà mai vedere nulla». L'operazione ha già scatenato diverse critiche, sui giornali e in rete. Che cosa risponde a chi la attacca? «Tutti i ragionamenti sono legittimi, poi ho letto espressioni esorbitanti e retoriche. Insulti gratuiti». Molti si chiedono se gli artisti in questione, come Blu, siano stati interpellati. «Magari strappare trasgredisce la loro logica, ma la circolazione delle opere e dei graffiti non è certo una novità: in Inghilterra, in Germania, anche in Italia già succede. Al Museo della città di New York c'è una sezione sulla Street Art. Keith Haring, Basquiat, Banksy... nelle aste e nelle gallerie private la circolazione è massiccia. Se il dipinto viene fatto in strada, senza che ci sia il consenso del proprietario dei muri, perché deve prevalere la volontà di chi ha realizzato un'azione, per me utile dal punto di vista artistico e culturale, ma comunque non legittima? Mi chiedo: chi fissa le regole? Noi le riteniamo opere d'arte, per questo le salviamo e le restauriamo. Se un artista come Blu ne contempla la distruzione, la sua è una concezione alta, ma forse il tema non riguarda più solo lui». Questo tuttavia resta il punto più delicato dell'intera faccenda. Siamo davanti a un'operazione culturale o commerciale? «Non c'è nulla di commerciale, ci attribuiscono intenti che non sono nostri, forse chi dice questo è perché è lui a pensarci: le opere sono state recuperate legalmente, è stata creata un'associazione senza fini di lucro. Ci sono state delle spese e l'impegno di tante professionalità. E c'è la convinzione che sia un diritto poterne godere anche fuori dal loro contesto. Penso all'Ara di Pergamo portata ed esposta a Berlino. Ma pure ai talebani che hanno distrutto i grandi Buddha... con quale diritto? L'arte va preservata perché è fondamentale per la comprensione della storia. Nell'Ottocento c'era chi voleva che le statue del Canova restassero in strada, ma il futuro richiede il nostro intervento». Ne ha parlato col Comune? «Ho avuto modo di confrontarmi con il sindaco, l'allora assessore Ronchi e l'attuale assessore alla Cultura, Davide Conte. Mi sono parsi interlocutori disposti a ragionare su questi temi. Ad avviare una sperimentazione. Alla scorsa Biennale di Venezia venne organizzata Bridges of graffiti, in cui per la prima volta diversi artisti hanno lavorato assieme sui muri dello spazio Arterminal...». Pensa a qualcosa del genere anche a Bologna? «È presto per dirlo. Di sicuro anche questo ci dice che il valore espositivo della Street Art è riconosciuto. Vorrei citare una frase di André Malraux, scrittore e politico francese: "Tutte le opere d'arte che sceglie, il museo apporta almeno una enigmatica liberazione dal tempo. E se fa nascere un Louvre invaso e non abbandonato, è perché il vero museo è la presenza, nella vita, di ciò che dovrebbe appartenere alla morte"».
Bologna. Salviamo graffiti perché tutti li vedano. Non sono gli artisti a fissare le regole
Il presidente di Genus Bononiae, Fabio Roversi Monaco, parla del progetto di una mostra dei graffiti strappati dai muri di periferia. L'operazione è stata realizzata per salvare le opere d'arte e conservarle. Il museo è una istituzione permanente senza fini di lucro, aperto al pubblico. Roversi Monaco ritiene che la circolazione delle opere di Street Art non sia una novità e che il valore espositivo sia riconosciuto. Ha avviato una sperimentazione con il Comune e ha incontrato l'assessore alla Cultura, Davide Conte. La mostra sarà esposta in un museo di Bologna e sarà una opportunità per ammirare le opere d'arte.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo