Controndine, direttori degli Istituti Italiani di Cultura: il vostro compito non è più quello di fare da piazzisti, si tratti di pasta e vino come di scarpe e automobili, adesso riconquistate una posizione strategica, e non solo culturale, ma strategica nella nostra politica estera. Il vostro nuovo compito è - se ci riuscite - rammendare la nostra immagine internazionale che, negli ultimi ventidue mesi, e precipitosamente nelle ultime settimane pre-belliche, s'è piuttosto compromessa. Contribuendo, così, al successo dell'incipiente semestre italiano alla presidenza dell'Unione europea. Difficile, dietro l'aplomb, indovinare i sentimenti degli ottantotto direttori dei nostri Istituti sparsi nei cinque continenti, da Addis Abeba a Zurigo: erano riuniti ieri mattina alla Farnesina per la Conferenza che li vede protagonisti fino a domani, quando si sono vista cambiata di nuovo, d'emblée, la «mission». A marzo 2002, con Berlusconi ministro degli Esteri ad interim, come già qualche giorno prima era avvenuto alle feluche, si sentirono dire che loro compito principale era vendere il mode in Italy: e, benché fino al giorno prima convinti di dover promuovere la nostra narrativa come i nostri giovani artisti, quasi tutti ci provarono, a Londra con la mostra di abiti di Missoni, ma almeno abiti vintage, anni Ottanta, a Oslo (con caduta precipitosa d'ogni criterio) con l'esibizione di Mauro Lulli, parrucchiere della capitale specialista nel trattamento delle doppie punte. Ieri invece il presidente della Commissione cultura della Camera, Ferdinando Adornato, li ha invitati, gli stessi direttori, a contrapporre un'idea di Nuovo Rinascimento al «sentimento apocalittico» che - Adornato ha qualche vago sospetto del perché? - circola per il pianeta, e a riaffermare, come ai tempi di Leonardo e Raffaello, il «primato della cultura italiana nel mondo». Il tutto, sia chiaro, facendo le nozze con i fichi secchi: dalla documentazione della Farnesina si evince che dal 2000 al 2003 i fondi erogati agli Istituti sono passati da 30 a 20 miliardi delle vecchie lire. Mentre nel gran salone del Ministero si parlava di litanie e Rinascimento, nelle sale accanto l'esposizione del made in Italy continuava comunque a volare più basso: in mostra paté d'oliva e pomodori secchi, struffoli e vini, scarpe e abitucci dei nostri santi stilisti, in allegra confusione con le sculture di De Chirico. Ma vediamo qual è il senso di questa tre giorni, stando a quanto si è ascoltato e visto nella mattinata introduttiva. Sotto, cova la solita, più o meno strumentale, idea del complotto dei media italiani e internazionali ai danni del nostro Bel Paese: il nostro sistema politico è «stato rappresentato in modo denigratorio e stereotipato», giudica il ministro Frattini, «a partire da Mani Pulite», mentre la sottosegretario Boniver ricorda «la campagna contro Romano Prodi presidente della Commissione europea» e «le vergognose copertine dell'Economist su Berlusconi», Frattini spiega la sua sulla Rai: se è servizio pubblico deve essere «strumento di trasmissione fedele» (sic) del punto di vista del governo. Omar Calabrese, Lucio Caracciolo, Ernesto Galli della Loggia, Alain Elkann, Mario Fortunato, Marcello Veneziani, moderati da Michele Mirabella, si cimentano quindi sul tema dell'immagine dell'Italia all'estero. Confronto decorosamente bipartisan, stando ai nomi. Dove, a sorpresa, il più perfido è Galli della Loggia, quando osserva che è difficile che fare propaganda al nostro parmigiano aiuti a cancellare l'idea che la mafia è il governo occulto dell'Italia, che campeggiava sui giornali stranieri quando furono uccisi Falcone e Borsellino. E che il governo di centrodestra, percepito internazionalmente come Nemico della Cultura, ha un bell'andare a dire in giro che noi però siamo quelli che fabbricano la Ferrari,.. Insomma, botte da orbi sull'idea, già in parte qui defunta, dì trasformare gli Istituti di Cultura in succedanei scamuffi dell'Istituto per il Commercio Estero, così come degli uffici di rappresentanza internazionali delle aziende del made in Italy. Altra questione che aleggia, la riforma della legge 401 del '90 che disciplina gli Istituti. Data come, imminente un anno fa, ancora non è stata depositata. Si parla di una Fondazione che coinvolga ministeri degli Esteri, delle Attività Produttive e dei Beni Culturali, nonché il settore culturale no-profit e i potentati economici italiani privati che operano già su scala mondiale. Scopo, promuovere immagine, lingua e cultura italiane. Ma evidentemente non solo. Per ora, ecco qualche notizia sui neo-nominati «per chiara fama» in alcuni Istituti: a New York Claudio Angelini, già corrispondente Rai, a Bruxelles Pialuisa Bianco, già direttore del leghista Indipendente, a Madrid Patrizio Scimio, del quale è arduo trovare tracce culturali. Google informa solo che - si tratterà di lui? - è membro dell'Assemblea Nazionale dell'Unionquadri.