Il Madre per la seconda volta nominato dalla prestigiosa rivista «Artribune» come miglior museo italiano dell'anno. La scelta riguarda il 2015, ma era già accaduto che un sondaggio fra una serie di esperti del settore lo eleggesse a «Best of» anche nel 2013, senza considerare la menzione speciale ricevuta nel 2014. Insomma ce ne è di che andare fieri. «Ed è un risultato che non mi stupisce affatto», commenta la notizia Mimmo Paladino, l'artista sannita fra i primi a esporre sue opere nella struttura di via Settembrini e ancora oggi lì presente con tre lavori: l'istallazione site specific del primo piano, il celebre cavallo montato sul terrazzo del museo e infine un lavoro su tela a tecnica mista del 1995 donato al Madre e sistemato al secondo piano. Vuol dire che se lo aspettava? «Direi di sì. Perché al di là dell'onore e del prestigio che ne deriva alla città, va detto che oggi il Madre è davvero l'unico museo d'arte contemporanea italiano con solide radici. Gli altri, di fatto, è come se non esistessero più». Si spieghi meglio: nel resto d'Italia l'arte contemporanea segna il passo? «No, direi piuttosto che sono gli spazi pubblici, nati nel corso degli anni per accoglierla, ad evaporare progressivamente, dopo una stagione di grande effervescenza. Penso al Maxxi di Roma che è un vero disastro, a partire dalla sua struttura, progettata dalla grande archistar Zaha Hadid, un edificio che a me non piace ma che soprattutto è del tutto inadeguato alle sue finalità espositive. A differenza, per esempio, proprio del nostro Madre, lineare ed elegante come la ristrutturazione operata da Alvaro Siza nel Palazzo Donnaregina, un grandissimo architetto ma forse un po' meno archistar della collega iraniana. E poi per non dire della Galleria di Arte Moderna, sempre a Roma, di cui non si sente più parlare, passando infine al Castello di Rivoli, in Piemonte, che dopo le fortunate stagioni a guida di Rudi Fuchs e Ida Gianelli, mi sembra che oggi produca ben poco». Da cosa deriva questo fenomeno? «Certo i tagli alla cultura hanno avuto un ruolo importante, ma la crisi è più profonda. Da qualche anno si nominano i direttori dei musei come se fossero dei burocrati di Stato, per i quali lavorare a Torino o a Roma è esattamente la stessa cosa. Mancano le idee e soprattutto la passione». Come mai Napoli si sottrae a questa regola? «Il Madre ha dalla sua una continuità di lavoro, che è andata ben oltre i momenti di turbolenza pur vissuti nel passaggio politico alla Regione fra la prima conduzione e la seconda. Vuol dire che in Campania sono stati bravi ad affidare la direzione prima a Eduardo Cicelyn e poi al suo successore Andrea Viliani. Ecco, direi che in questo momento l'unico asse nazionale, per ciò che riguarda l'arte contemporanea, che può competere con il resto d'Europa e con gli Stati Uniti è quello che di fatto lega Napoli a Milano. Dove c'è ovviamente un'economia più forte, ottime gallerie e fondazioni importanti come la Prada». In questo dialogo, la nostra città cosa propone? «Innanzitutto una storia, quella che parte nel dopoguerra, con le nostre neoavanguardie come Gruppo Sud, Gruppo 58, ecc., passa per la grande intuizione internazionale di Lucio Amelio e delle altre gallerie che sono seguite alla sua, e giunge fino a Bassolino con la scelta di fondare un museo come il Madre e ad Achille Bonito Oliva con il suo museo "obbligatorio" all'interno della Metropolitana. Ma a questo va aggiunto anche il fatto che l'humus qui è sempre stato fertilissimo, a partire da quella ben nota criticità reciproca che caratterizza noi artisti campani. Qui si è sempre discusso, talvolta anche litigando duramente, ma questo ci ha consentito sempre di relazionarci e quindi di crescere, rendendo in qualche modo l'ambiente partenopeo sempre molto vitale e trasversale». In che senso? «Qui, più che altrove, si deve parlare di arti e non solo di arte visiva. Penso al ruolo avuto negli ultimi decenni dal teatro, dalla musica, dal cinema e così via, e alle loro interazioni. Il confronto e la collaborazione fra pittori, scultori, attori, registi, musicisti, poeti, ha creato una vivacità altrove difficile da ritrovare». Eppure c'è un altro museo cittadino, il Pan, che non gode di altrettanta salute. «Il suo primo problema è quello di non avere una direzione artistica. Un museo ha sempre bisogno di una guida competente che sappia dialogare all'interno e all'esterno della città. Per esempio con lo stesso Madre, cosa che non mi sembra avvenga. So bene che quest'ultimo è a guida regionale e l'altro comunale, ma mi chiedo perché il Comune di Napoli abbia giustamente investito molto, anche in termini di impegno, su teatro e musica e meno sull'arte, mentre proprio l'arte è sul piano quantitativo e qualitativo uno degli aspetti fondanti della vita culturale della città. Io punterei molto sull'interdisciplinarietà e sulla valorizzazione dei giovani davvero bravi, scelti e selezionati con cura da una direzione sempre molto attenta alle nuove emersioni creative». Come artista ha prossimi progetti per Napoli? «Purtroppo di immediato niente. Nel 2016 farò una mostra a Chicago e un'altra a Milano, ma come sempre sono pronto, quando vengo chiamato dalla città che sento mia, a partire dai natali di mio padre e mio zio Salvatore, anche egli artista, nati entrambi da queste parti, a Castellammare di Stabia. E poi qui è avvenuta la mia formazione, pur senza abitarci. Anzi non è detto che prossimamente non mi decida finalmente a prendere casa anche a Napoli, dove mi piacerebbe trascorrere più tempo, soprattutto nel periodo natalizio che qui non ha eguali ».
Paladino: il Madre vince perché ha radici solide
Il Madre è stato nominato miglior museo italiano dell'anno dalla rivista Artribune. L'artista Mimmo Paladino commenta la notizia, sottolineando che il museo è davvero l'unico museo d'arte contemporanea italiano con solide radici. Paladino critica gli altri musei italiani, come il Maxxi di Roma e la Galleria di Arte Moderna, che secondo lui non producono più nulla. Egli attribuisce la crisi dei musei italiani alla mancanza di idee e passione, e alla tendenza a trattare i direttori dei musei come burocrati di Stato. Paladino sostiene che il Madre è un esempio di museo che ha trovato una continuità di lavoro e una direzione artistica solida.
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