L'ex direttrice del Mart: «Sono esterrefatta, le sue opere anche all'estero» TRENTO. «Sono stupita, esterrefatta». La meraviglia di Gabriella Belli attraversa la cornetta del telefono. L'ex direttrice del Mart, oggi alla guida della Fondazione musei civici di Venezia, è profondamente sorpresa dalla sentenza del tribunale civile di Milano che condanna il museo roveretano a restituire le opere di Tullio Crali alle sue eredi. Una quarantina in tutto, donate dal celebre artista al Mart nell'aprile del 2000, poco prima di morire, attraverso un accordo in cui il museo si impegnava a valorizzarle allestendo «uno spazio specifico dedicato alle opere del donante, la cui esposizione sarà corredata da sezioni attigue dedicate alla ricerca dell'artista nel campo dell'architettura, scenografia, moda» e dedicandogli un'area di casa Depero. «Nel corso degli anni è sempre stata esposta qualche sua opera e anche quando abbiamo portato delle esposizioni sul Futurismo all'estero, Crali è sempre stato molto presente» ricorda Belli. Per l'ex direttrice del Mart, l'unico periodo in cui i lavori dell'autore di «Incuneandosi nell'abitato» sono stati messi parzialmente in ombra «è stato durante i lavori di ristrutturazione di casa Depero, c'era quindi una ragione pratica, non potevamo lasciare le opere esposte mentre i muratori lavoravano sull'edificio». Belli, tuttavia, lasciò la direzione del Mart dopo la prima richiesta di restituzione «che, ricordo, sembrava si potesse risolvere con un accordo», e per tale ragione spiega di «non aver seguito da vicino la vicenda giudiziaria». In tribunale si finì nel 2009, quando le nipoti e la nuora di Crali decisero di rivolgersi ai propri legali sostenendo che l'accordo di donazione stipulato fra il nonno e il museo non fosse stato rispettato. Prima di allora già il figlio dell'artista, Massimo Crali, deceduto nel 2008, aveva invitato i dirigenti dell'istituzione museale di rispettare l'accordo, anche se i rapporti tra le parti erano sereni. Ora nella sentenza, depositata il 21 dicembre, il giudice ricorda che «anche il solo inadempimento all'obbligo di esporre in modo permanente e continuativo presso le proprie sedi le opere del donante» sono sufficienti a giustificare la risoluzione del contratto. Da qui la condanna del Mart a restituire le opere.