Il Museion di Bolzano ha un costo di 12 milioni di euro a fronte di 24 visitatori al giorno Di fronte all'arte appare venale occuparsi di cifre e di contabilità anche se poi gli artisti, appena approcciata la popolarità, sparano pretese a molti zeri per cedere le loro opere. Così a Bolzano, anch'essa assediata dalla crisi nonostante lo status favorevole di area a statuto speciale, quando tre volenterosi consiglieri comunali hanno chiesto il bilancio del locale museo sono stati scherniti come avversari della cultura. Ma se è vero che la cultura e l'arte meritano il sostegno della finanza pubblica, al pari della scuola, è altrettanto vero che le istituzioni culturali debbono essere chiamate a rendere conto del dare e dell'avere. Sarebbe ora che il ministro dei beni e delle attività culturali, Dario Franceschini, meritoriamente presenzialista a mostre, convegni e prime teatrali, mettesse mano a un libro bianco coi bilanci trasparenti di enti e istituzioni culturali. A Bolzano i tre consiglieri (Verdi) alla fine hanno vinto la loro battaglia e si è così saputo che in cinque anni il Museion, cioè il nuovo museo d'arte moderna della città, ha avuto un costo di gestione di 12 milioni di euro a fronte di 24 visitatori al giorno. Il che significa che nelle casse del museo (nel periodo 2010-2014) sono entrati appena 224 mila euro per i biglietti (circa 45mila euro l'anno) a fronte di una spesa in pubbliche relazioni e promozione di 1,7 milioni di euro (oltre 300mila euro l'anno). Quindi per convincere il pubblico a visitare il museo la spesa è stata otto volte più di quanto si è incassato coi ticket. Sarebbe come se la Barilla spendesse in pubblicità per la propria pasta otto volte più di quanto incassa dalla vendita del prodotto. È vero, l'arte non è il mulino bianco, ma Al capezzale del museo sono state chiamate le banche, che nonostante le sofferenze del sistema creditizio, hanno messo nel piatto 809 mila euro, più avari gli sponsor privati che si sono fermati a 267 mila, mentre provincia e comune si sono accollati il fardello del debito residuo, qualcosa come 11 milioni di euro (nei 5 anni). Salvo poi chiedere sacrifici e ridurre i servizi ai cittadini. Il museo venne fondato nel 1985 ma l'attuale sede è stata inaugurata nel 2008, costruita dallo studio di architettura berlinese Kruger-Schuberth-Vandreke. È costata 30 milioni, oltre a quasi 2 milioni per costruire un paio di ponti all'esterno, sul torrente Taverna che lambisce l'edificio. Un museo giovane, dispendioso e con all'attivo già alcune singolari avventure. Una dipendente dell'impresa di pulizie che ha vinto l'appalto per tenere lindo l'edificio trovò in un angolo bottiglie vuote buttate a terra, coriandoli, carta, mozziconi, persino scarpe e vestiti. Brontolando, inforcò la ramazza, buttò tutto nel sacco e poi passò la cera. Peccato si trattasse di un'opera d'arte intitolata Dove andiamo a ballare stasera?, firmata da Goldschmied Chiari, in arte GoldiChiari, coppia di performer conosciuti nei circuiti dei musei d'arte contemporanea. La direttrice del Museion, Letizia Ragaglia, è corsa ai ripari, s'è scusata con gli artisti e insieme a loro ha rifatto e riposizionato l'installazione. Consolandosi coi precedenti illustri: dalla vasca incerottata di Joseph Beuys (ripulita con cura dagli addetti alle pulizie) alla porta di Marcel Duchamp (ritinteggiata dagli imbianchini alla Biennale di Venezia). La polemica più feroce e che costò il posto alla direttrice che ha preceduto la Ragaglia, la svizzera Corinne Diserens, fu però quella dell'esposizione dell' opera dell'artista tedesco Martin Kippenberger: una rana crocifissa, con richiami al Golgota. Perfino papa Ratzinger, in vacanza a Bressanone, espresse sdegno per quest'opera, difesa invece dalla direttrice che fu messa alla porta appena un anno dopo l'assunzione. Appena arrivata la subentrante Ragaglia si è ritrovata nell'occhio del ciclone per la mostra Frontera, dell'artista Teresa Margolles, dedicata alle vittime della violenza nella città messicana di Juarez. Tra i materiali utilizzati per le opere figurano il grasso dei cadaveri e l'acqua del lavaggio delle salme che gocciola su una pietra rovente. Per il quotidiano in lingua tedesca Dolomiten si tratta di una «commercializzazione delle vittime» e di una iniziativa di «cattivo gusto», mentre per la direttrice del Museion l'intento è quello di «dar voce al disagio». A mettere il dito nella piaga (poteva mancare?) è Vittorio Sgarbi, tornato a zampettare tra mostre dopo la défaillance cardiaca con conseguente operazione all'ospedale di Modena: «I bolzanini pagano fior di milioni per vedere ogni anno cose trite e ritrite. L'arte contemporanea è una cosa seria. Io posso amarla o no in tutte le sue espressioni ma possiede un merito: fa andare avanti. Anticipa. Ci fa vedere quello che non abbiamo ancora visto. Ecco, se volete vedere quello che ancora non si è visto, non andate al Museion. Lì, facendo finta di fare operazioni d'avanguardia, vi mostrano o il nulla o qualcosa che altrove conoscono da settant'anni almeno». Al Museion rispondono che nei 4 piani vi è un'esposizione permanente di 4.500 opere di pregio a cui si aggiungono mostre periodiche, tra le ultime iniziative vi è quella intitolata Displaced Positions, così spiegata dai curatori: «L'intento è affinare la percezione su luoghi comuni e (pre)giudizi sulla migrazione. Dodici artisti altoatesini sono stati invitati a realizzare altrettante cartoline, che rappresentano il personale spostamento - displacement - di una posizione o punto di vista sul tema della migrazione, come comunemente diffuso nell'opinione pubblica». Il bello è che proprio su questo tema si sta consumando in questi giorni un battibecco tra il Museion e le associazioni che aiutano gli immigrati. Nell'area attorno all'edificio vi era il wi-fi gratuito e, a quanto pare, alcuni immigrati ne approfittavano per connettersi a Internet e magari dialogare coi propri cari. Il wi-fi è stato tolto e di fronte alle rimostranze, la direttrice spiega: «Non è una misura contro i migranti ma una decisione che si è resa necessaria per superare l'emergenza homeless che ha creato più di un problema. Ci siamo ritrovati con alcune persone che usavano i bagni e che ricaricavano il telefonino nelle prese». In compenso gli immigrati, pagando il biglietto, potranno visitare la mostra a loro dedicata. Inoltre il museo è tra i partner di Refugees Welcome, campagna che con lo slogan Bolzano città aperta si propone di dare assistenza agli immigrati, che ora però non hanno più il wi-fi free. Insomma le avventure, artistiche e non, del museo di Bolzano continuano, così come i suoi bilanci in rosso.
Italia Oggi
31 Dicembre 2015
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BOLZANO-Spese 8 volte più degli introiti
GI
Giorgio Ponziano
Italia Oggi
Artista / Persona
Bene culturale
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