A MILANO, molti la conoscono come direttore dell'Ufficio esportazioni della Soprintendenza, a Brera. Non si è mai mosso quadro che lei non abbia voluto. Ma in 25 anni di lavoro in Pinacoteca, dove è approdata nel 1990, partita con la tutela di territori isolati (le pievi di montagna), Emanuela Daffra non ha svolto solo compiti burocratici. Ha studiato intere sezioni delle raccolte, i dipinti dell'Italia centrale, romagnoli, marchigiani o umbri, cioè il nucleo più ampio di tesori in collezione. Ha poi guidato i servizi educativi con iniziative pubbliche e curato esposizioni a tema. Nel 2005 la sua mostra sul maestro del Rinascimento Fra Carnevale, passata da Milano al Met di New York, è stata giudicata dalla rivista americana Apollo fra le tre mostre più belle dell'anno. Vicedirettore di Brera dal 2008, al fianco (un po' nell'ombra) di Sandrina Bandera in pensione da novembre oggi taglia un altro traguardo. Vincitrice del concorso per l'Accademia Carrara di Bergamo, festeggia il nuovo anno con la valigia in mano. A quando il trasferimento? «A metà gennaio. Giusto il tempo per i passaggi di consegne». Chi prenderà il suo posto? «Ancora purtroppo non si sa». Cosa le mancherà di Brera? «Tutto, anche i difetti. Punti di forza sono il rapporto stretto col mondo del restauro e l'attività militante della soprintendenza nel monitoraggio del territorio. Punto debole, gli spazi inadeguati per le mostre. Bisognerebbe variare gli allestimenti, ridurre i dipinti e rendere gli ambienti più dinamici». Che cosa pensa del direttore-manager nominato dal Ministero, il canadese James Bradburne? «Avrei lavorato volentieri con lui. Sarebbe stata una sfida. Soprattutto perché d'ora in poi Brera opererà come un museo autonomo, non solo economicamente, ma anche nella gestione. Cambieranno molte cose». A Milano il suo nome incute un po' paura. «Perché regna la leggenda metropolitana che i miei uffici blocchino i prestiti delle opere. Non ne abbiamo mai fermata una. Non sono così efferata da voler uccidere le mostre». Però, l'anno scorso, ha bloccato la vendita delle opere di Munari al Museo del Novecento. «La Fondazione Vodoz-Danese ha un patrimonio vincolato e ha firmato la vendita al Novecento senza autorizzazione della Soprintendenza. Estirpare il fondo di Munari dalla collezione significava snaturarla. Ho suggerito di alienare solo una parte rappresentativa. Ma hanno preferito rinunciare». Programmi per il suo nuovo museo? «La Carrara è una Fondazione, una macchina più agile da manovrare rispetto a Brera. Credo nel lavoro di squadra e mi affiderò a uno staff competente di conservatori. Intendo valorizzare le collezioni secondo un modello anglosassone: coinvolgere il pubblico nella vita di un museo senza frontiere». I suoi quadri preferiti? « La Madonna col bambino di Mantegna, I tre crocifissi di Foppa, i ritratti di Fra' Galgario, il profilo di Lionello d'Este di Pisanello che fa coppia con la Principessa del Louvre». Un pezzo di cuore lo lascia a Brera? «Sì, con la Pietà di Bellini».
"Con me l'Accademia Carrara sarà un museo senza frontiere"
Emanuela Daffra, direttore dell'Ufficio esportazioni della Soprintendenza di Brera, ha vinto il concorso per l'Accademia Carrara di Bergamo. Il suo trasferimento a metà gennaio segnerà la fine di un'era a Brera. Daffra ha lavorato per 25 anni al museo, dove ha curato esposizioni e servizi educativi, e ha guidato i servizi di restauro. Il suo punto debole è stato l'adesione a politiche di gestione del museo che hanno limitato le mostre. Daffra ha anche bloccato la vendita di opere di Munari al Museo del Novecento. Il suo nuovo museo, la Carrara, sarà una Fondazione con un modello di gestione più agile.
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