Messi in fila, i documenti dell'Archivio di Stato di Napoli, uno dei più grandi al mondo, misurerebbero sessanta chilometri. Sono carte che racchiudono la storia del Mezzogiorno e vanno da prima dell'anno mille all'età contemporanea. Ma oggi ci sono sempre meno fondi e personale. La direttrice: trattati come parenti poveri dei beni culturali. Sessanta chilometri di carte. Si potrebbe andare da Napoli a Salerno lungo una strada fatta tutta di documenti dell'Archivio di Stato di Napoli. Uno dei quattro o cinque più grandi non solo d'Italia, ma del mondo. Perché nella struttura di piazza Grande Archivio è raccolto il patrimonio proveniente dall'intero Regno delle Due Sicilie. Il documento più antico risale al 902, ma si arriva fino all'epoca contemporanea. Quattro chiostri, una struttura che sorge su quanto resta del monastero dei Santi Severino e Sossio, risalente a prima dell'anno mille, e poi una chiesa piena di incredibili tesori artistici ma aperta solo in alcuni giorni della settimana a cura dei volontari del Touring. Tutto questo dietro le mura grigie dell'edificio severo a pochi passi da San Gregorio Armeno. Una miniera d'oro per gli appassionati di storia ma anche per semplici curiosi. Qualche esempio? Alcune perle dell'Archivio? Il testamento del conquistatore Ferdinando Cortes, del 1547, confluito qui dall'archivio privato degli Aragona Pignatelli Cortes. E poi preziose pergamene dei sovrani angioini, le carte della Rivoluzione napoletana del 1799, gli autografi di Garibaldi, e ancora stemmi, sigilli, stampe e manoscritti. Carte che raccontano la nostra storia, ma solo a coloro che sono in grado di decriptarle e oggi sono sempre di meno. Chi frequenta l'Archivio? Un pubblico di ricercatori, eruditi appassionati, storici: dalle stanze di consultazione sono passati studiosi del calibro di Braudel e Chabod, Galasso e Del Treppo, solo per citarne alcuni. Ma il numero di chi fa ricerca è drasticamente diminuito. A cosa serve perdere settimane su un documento antico se le tesi di laurea si scopiazzano sul web in poche ore? Qualche eccezione, per fortuna, c'è ancora. Al tavolo di consultazione un giovane dottorando fiorentino consulta un enorme librone con documenti finanziari del Cinquecento: «Sto portando a termine una ricerca», racconta, «sulla committenza artistica a Napoli da parte di mercanti fiorentini». È difficile leggere una scrittura così antica? «Ci sono abituato, procedo cercando i cognomi che mi interessano». Un lavoro che si può intraprendere solo se si possiedono competenze di paleografo, diplomatista e di storico delle istituzioni. E qui si aprono le dolenti note. Perché l'Archivio di Stato napoletano non è fatto solo di splendori e meraviglie, ma è anche assillato da una serie infinita di problemi. A partire dalla guardiania: l'unico custode rimasto non può garantire una sorveglianza costante e dunque ora si cerca un collega. L'ultimo bando di concorso per questo ruolo risale a molti anni fa e da quella graduatoria bisogna attingere, a rischio però di imbattersi in persone già impegnate altrove. Finalmente, a quanto pare, ci sarebbe un potenziale custode in arrivo da Perugia. La questione del personale non si ferma qui. In generale, l'organico dell'Archivio è passato da 160 a 50 unità e molti di quelli ancora in servizio sono prossimi alla pensione, senza possibilità di ricambio perché non ci sono stati nuovi concorsi. Tanto da rischiare quasi la chiusura. Molti funzionari dell'Archivio lamentano la «frivolezza» dell'impostazione Franceschini, più orientato a usare l'«immagine» di mostre, musei e siti archeologici. Meno appetibili le immani raccolte di carte degli archivi, che restano così abbandonati e senza fondi, in strutture colabrodo come quella napoletana. Perché sotto i meravigliosi chiostri ombreggiati dalle magnolie ci sono sale e sale piene di documenti mai inventariati e dunque di cui nessuno conosce l'esistenza e che mai potranno essere studiati. Stanzoni pieni di polvere, a volte inagibili, abbandonati dagli stessi funzionari che non possono affrontare l' impresa di metterli a posto. Senza parlare poi dei ritardi accumulati nell'archiviazione delle carte che arrivano dagli uffici dello Stato. E dei danni subiti in passato da interi settori, come lo stato civile di Napoli. Carte che invece vanno preservate dalla distruzione perché costituiscono una garanzia di diritto per i cittadini. Ci vorrebbe un supereroe. O, più concretamente, un investimento serio da parte del ministero. Perché la memoria di un paese non è di certo un elemento secondario. Intanto però, all'Archivio si chiudono porte e portoni in attesa del Capodanno, il giorno più pericoloso dell'anno per un deposito di carte. Un solo botto nel posto sbagliato e tutto andrebbe in fumo in un solo momento. Non vogliamo che accada, ma nemmeno che la distruzione avvenga con una lunga e penosa agonia.
Napoli. Archivio di Stato, sessanta chilometri di tesori da salvare
L'Archivio di Stato di Napoli è uno dei più grandi al mondo, con documenti che risalgono al 902 e che raccontano la storia del Mezzogiorno. Tuttavia, il deposito è in difficoltà a causa di una mancanza di fondi e personale. La direttrice dell'Archivio, trattata come "parenti poveri dei beni culturali", è costretta a chiudere porte e portoni in attesa del Capodanno, il giorno più pericoloso dell'anno per un deposito di carte. L'organico dell'Archivio è passato da 160 a 50 unità e molti funzionari sono prossimi alla pensione senza possibilità di ricambio.
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