Messi in fila, i documenti dell'Archivio di Stato di Napoli, uno dei più grandi al mondo, misurerebbero sessanta chilometri. Sono carte che racchiudono la storia del Mezzogiorno e vanno da prima dell'anno mille all'età contemporanea. Ma oggi ci sono sempre meno fondi e personale. La direttrice: trattati come parenti poveri dei beni culturali. «Diciamo la verità, gli archivi sono i parenti poveri dei beni culturali nazionali, e qui non facciamo eccezione. Le risorse disponibili sono sempre meno, anche per semplici interventi di recupero. Manca il personale, ma soprattutto manca lo spazio». La flebile voce di Imma Ascione, direttore dell'Archivio di Stato partenopeo, si fa strada timidamente tra le colonne di volumi e faldoni che ingombrano gli ambienti settecenteschi destinati alla conservazione del patrimonio documentario cittadino. Un edificio di 35mila metri quadri che però, di fronte alla massa di materiale da ospitare, «diventa quasi una stanzetta». Direttore Ascione, ma siete davvero assediati dalle carte? «Le faccio un esempio: l'archivio notarile da noi arriva fino al 1750, ci sono quindi circa 250 anni di pratiche che dovremmo ricevere ma che rimangono in deposito all'ente notarile perché non sappiamo dove mettere. Parliamo di 60mila volumi, otto chilometri di scaffalature. Abbiamo pure istallato nuove file di ripiani fino a otto livelli. Ma non basta». In queste condizioni sembra difficile anche la gestione ordinaria. «Solo pochi anni fa eravamo in 150, oggi siamo ridotti a 54 unità con molte persone prossime alla pensione. Diversi giovani vengono a fare specializzazione, ma poi vanno via e la conoscenza acquisita spesso si disperde». E come ve la cavate con la tutela del bene architettonico? «Questa è una responsabilità della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici, noi ci occupiamo della manutenzione. C'è comunque un progetto di restauro delle scaffalature lignee della sala Filangieri e un altro, in ambito Unesco, per il recupero degli affreschi nella sala dei Catasti attualmente occultati dai libri». Interventi già finanziati? «Non proprio». Speriamo si salvino almeno le carte, il vostro bene più prezioso. «Quello non è un problema. Le vecchie pergamene, antecedenti al '700, si tengono meglio dei moderni fogli e dei dischetti dei computer».