Viaggio nel museo che ospita Pisano, Masaccio e Donatello. Bellissimo ma nelle gallerie si riesce quasi a toccare le opere. E le mura del chiostro sono in abbandono PISA. Avevamo comprato il biglietto ed eravamo soddisfatti, quasi felici di essere approdati finalmente nel museo che desideravamo vedere dai tempi dell'università. Vuoi un esame, vuoi le serate alle Vettovaglie, vuoi che vincono sempre mete più altisonanti, non ci eravamo mai venuti. Ma ora siamo qui con il naso quasi incollato alla Madonna dell'Umiltà del Beato Angelico, in queste sale bellissime ma fredde e sguarnite, e ci viene in mente che qualcosa non torni. No perché è strano che in un'ora di visita sia comparso solo un custode (alla fine), e solo dopo aver provato e riprovato più volte ad avvicinare il ditino alle tele, e dopo esserci intrufolati dietro il polittico del Martini per ritrovarsi in un ripostiglio. Sì, dietro una delle opere più prestigiose del museo, in fondo alla sezione del tardomedioevo, c'è un magazzino. Non vederlo è quasi impossibile. Goffamente, lo nasconde appena il pannello illustrativo. Dietro, c'è di tutto: un computer, ferro, fili elettrici, un ponteggio smontato, scatole, una scala, tronchi di legno, perfino una tela in attesa di restauro. E nessuno che ci abbia richiamato. Martedì 22 dicembre, ore 13.30, che bella una galleria nazionale ad orario continuato. E poi il prezzo: 5 euro il San Matteo li deve valere, anche se il portiere all'ingresso ci ha guardato come alieni (siamo gli unici visitatori) e ci ha invitato distrattamente a riporre la borsa negli appositi armadietti e poi ad andare «di là, verso il cortile». «Il museo in un'ora, 18 capolavori dal XII al XV secolo», c'è scritto sul depliant. E ci assale subito l'ansia di non riuscire ad onorare l'invito. È una trovata pubblicitaria ma è già la nostra ossessione, perché ci troviamo all'interno da cinque minuti e non siamo ancora riusciti ad individuare l'inizio del percorso. Varcata la porticina che sbuca sul chiostro, si ha la sensazione di essersi sbagliati. Come quando i bimbi si perdono alla National Gallery. Il pozzo al centro del giardino ha un aspetto cimiteriale, ricoperto com'è di muschio e circondato dai resti scheletrici di siepi sparute. Ce lo aveva scritto il signor Massimo Bartolini: «Il museo ha opere bellissime. Due aspetti però incrinano la felicità di una così bella esperienza». Il primo «è la sporcizia». Che più che altro sembra abbandono. Ma finché lo sguardo resta sul pozzo o i capitelli corinzi depositati sotto i colonnati, nulla sembra così irreversibile. Ma poi giri il capo, e la parete del corpo centrale ti assale. Sì, un'aggressione. Dovrebbe essere rosa, o rossa, ma ormai è così scrostata e invasa da macchie d'umidità da sembrare malata. Anche le statue sono ricoperte di guamo e piume di piccione. Torniamo indietro. «Scusi, forse abbiamo sbagliato?». Ma no, la strada è giusta. L'inizio di San Matteo è la fine del chiostro, bisogna costeggiarlo tutto per arrivare nella stanza delle sculture. Aveva ragione il signor Bartolini: bellissimi i giochi di luce, stupendo l'antico rosone. Stendhal ci sarebbe rimasto secco. Ma il museo si snoda tutto al piano superiore. E adesso che il portiere è uscito di nuovo per indicare la via ad una coppietta, ne approfittiamo. Ah, ecco, la porta ad arco a metà del colonnato. Ok, primo piano, ci siamo. Ci restano quaranta minuti. San Matteo Stendhal non lo ha mai visto, ma se avesse potuto la sua sindrome sarebbe stata messa all'indice dall'antidroga del tempo. Overdose da bellezza: le croci dipinte, le sculture lignee, le tavole con il fondo dorato, la Madonna in marmo di Andrea Pisano, Gentile da Fabriano, Benozzo Gozzoli, il San Lussorio in oro di Donatello. Bello bellissimo, ok, però che strano: nelle sale non c'è nessuno. Nemmeno un guardiano. E qualcuno potrebbe persino avvicinarsi alle opere e magari toccarle, per sentire ad esempio l'olio dei panneggi del San Paolo di Masaccio. E ora quasi quasi ci proviamo, avviciniamo il ditino per vedere se le telecamere lassù funzionano. E forse sì, o forse no, chissà se la signora che ora ci indica gli schermi touchscreen è salita per noi. Certo, il signor Bartolini non ha tutti i torti: «Ora, mi sento indeciso se inviarvi o meno la lettera: se la pubblicate, rischia di diventare un suggerimento per il prossimo colpo di ladri d'arte, ma allo stesso tempo vorrei che spingesse chi di dovere a prendere provvedimenti».