In un anno 80 mila visitatori al nuovo museo. Il confronto con Milano. «È pensato per i fiorentini» «Il Museo del Novecento di Firenze è fatto per i fiorentini». È con questo spirito l'affermazione è della curatrice Valentina Gensini che il 15 dicembre siamo andati a visitarlo. Non ci aspettavamo le code degli Uffizi, brand molto più noto nel mondo e scusate la parola brand, ma è questo che richiama sciami di turisti nel museo più famoso d'Italia ma neanche che, durante le due ore di visita, fossimo al massimo in quattro. La ragione numero uno di questo «insuccesso» è legata a «certa insipienza» di «certi fiorentini» poco attratti dalla storia della città quando essa esula dal già noto (Venere , Dante , David e glorie rinascimentali medicee varie). Eppure Firenze nel Novecento fu piena di artisti, scrittori, avanguardie, che meriterebbero di essere conosciute e che il museo inaugurato il 24 giugno del 2014 alle ex Leopoldine in piazza Santa Maria Novella cerca di raccontare. Cerca, appunto perché i numeri degli ingressi l'ultimo aggiornamento fornitoci dall'ufficio stampa parla di 80 mila in un anno compresi quelle per eventi per cui non si paga il biglietto di 8,50 euro non gli danno ragione. Il museo del Novecento di Milano nel primo anno ne ha fatte circa 25 mila al mese, cifra non comparabile con quella fiorentina anche se Milano è la città del Novecento per eccellenza in Italia e dunque è abbastanza scontato che quel museo possa essere più attrattivo del nostro. Ma questo non può bastare. Forse qualcosa per migliorare le nostre performance novecentesche si può fare. Valentina Gensini anticipa che Palazzo Vecchio ci sta pensando in maniera concreta. Segno che la preoccupazione è condivisa. «Tra i progetti in campo ci sarà anche una collaborazione con la Pergola» spiega. Basterà? O qualcosa non funziona anche al suo interno? La nostra visita qualche perplessità sui contenuti ce l'ha alimentata. Nulla da dire sulle 7 sezioni della sala 10 dedicata alla collezione Alberto Della Ragione. Donata dal collezionista al Comune nel 1970 è intorno a essa che è nato il museo e non a caso visto che è una delle più interessanti in Italia di quel periodo. Ma lì è gioco facile essere convincenti visto che parla da sé il progetto culturale del collezionista. Alberto Della Ragione, a partire dalla data di fondazione della Galleria della Spiga a Milano, nel 1942, si prese cura con passione e competenza di tutti i giovani talenti poco accreditati nel nostro Paese ampliando la sua già straordinaria raccolta (anche con pezzi invisi al Regime). È in questa sala che troviamo pezzi come il bellissimo Massacro di Guttuso, alcune ceramiche di Fontana i delicati Fiori secchi di Mafai, le Due ballerine di Campigli, intensissime nelle forme arcaiche, due stranianti Nature morte di Morandi e ancora de Chirico, Severino, Levi e Casorati. Una concentrazione di capolavori realizzati tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento come poche. È il resto però che a tratti dà l'idea di essere un Bignami del Novecento: il museo, forte di 15 sale, è pensato come un percorso a ritroso e multidisciplinare su quello che dalla fine del secolo scorso sino al suo inizio la nostra città ha offerto in ogni disciplina (pittura, scultura, teatro, architettura, riviste, cinema, moda etc...). E questo è forse il suo handicap più grosso. Non ci saranno troppe cose? è la domanda una volta usciti da lì. Probabilmente sì. Le sculture di Antonio Catelani, Daniela De Lorenzo e Carlo Guaita (Biennale di Venezia 1988) compongono la prima sala. La seconda, dedicata agli anni '70, si focalizza su esperienze come quella di Zona firmata da Maurizio Nannucci e compagni, ma anche su quanto avvenne in teatro con la nascita per esempio della Compagnia TiezziLombardi. La terza nel loggiato, presenta vari interventi ambientali (lo stesso Nannucci e poi Bagnoli, Masi), ma anche sculture degli anni '50 e '60. La quarta è dedicata a varie discipline e a sue contaminazioni (arti visive, musica, architettura) e qui emergono esperimenti come quelli di Mariotti, del Gruppo 70, di Archizoom e del Superstudio. La quinta al cinema sperimentale. Pregevole la sesta sala dedicata alle opere arrivate a Firenze dopo l'alluvione quando Alberto Ragghianti lanciò il suo appello per creare a Firenze un museo di arte contemporanea (con tra gli altri, un Venturino Venturi e un Fontana). Seguono la sala Alberto Magnelli, quella dedicata ai bozzetti del Maggio (De Chirico e Guttuso tra gli altri) alla moda (la sfilata del '54 in sala Bianca a Palazzo Pitti) quella dedicata ai De Pisis della collezione Palazzeschi per finire con i ritratti di Rosai e con una sala dove, passano frammenti di film che hanno resa celebre Firenze nel mondo da Cronache di poveri amanti a Camera con Vista sino ad Amici miei . Forse un po' troppa roba. Citando l'opera del chiostro delle ex Leopoldine firmata da Nannucci, verrebbe da dire "Everything might be different".