Sull'ormai avvenuta demolizione del muro prospiciente il lungomare del palazzo delle Poste centrali, quasi con certezza risalente all'anno di inaugurazione dello stabile, ossia il 1932, il presidente dell'Ordine degli Architetti pianificatori, paesaggisti e conservatori della provincia di Salerno, Maria Gabriella Alfano, non si sente di dare un parere di merito, non avendo visionato il progetto di restauro conservativo. Conferma, certo, come molti sanno, che gli edifici con un'età superiore ai 50 anni sono sottoposti a un vincolo ma è sicura che in casi come questo la Soprintendenza abbia verificato tutto il verificabile. «Bisognerebbe capire il progetto cosa prevede nello specifico afferma perchè il restauro conservativo è diverso dal risanamento conservativo, anche se si tratta di due categorie che rientrano grosso modo negli interventi di conservazione di un edificio. Il recupero deve però tener conto della nuova funzione d'uso anche perchè sappiamo bene che questi edifici degli anni Trenta necessitano di un adeguamento strutturale, noi siamo in zona sismica». Secondo il numero uno degli architetti salernitani «è possibile togliere delle parti, magari aggiunte nel tempo, e chi propone l'intervento valuta se vuole ripristinare l'identità stilistica dell'edificio o se eliminare alcune parti in più. Non è poi così facile capire, anche per gli strati di intonaco aggiunti, qual è la parte originale di un edificio. In realtà noi facciamo la stessa cosa con il Piano casa». Meno possibilista l'architetto Vincenzo Dodaro, autore di un libro incentrato sugli edifici realizzati in città nel Ventennio, che dalla prima pietra demolita si è scagliato senza se e senza ma contro l'impresa Rainone, rea, a sua detta, di uno scempio di enormi dimensioni. Scempio che, però, non è stato rilevato dall'ente deputato a scovare abusi edilizi o interventi che non rispettano vincoli paesaggistici. L'architetto ha documentato anche fotograficamente le operazioni di demolizione eseguita su lungomare Trieste. È quindi convinto che «l'edificio in questione, che risale al Ventennio fascista, ha un valore storico architettonico ed è sottoposto a vincolo. Pertanto l'unico intervento possibile è il restauro che presuppone tre condizioni: la conservazione, il recupero ed il riutilizzo con idonea ed appropriata destinazione d'uso. La demolizione è l'ultima ipotesi d'intervento e deve essere ampiamente giustificata dalla impossibilità di recupero e comunque è impraticabile sugli edifici vincolati». Per l'architetto in trincea «l'edificio demolito non è un corpo aggiunto né tantomeno una superfetazione. Lo dimostrano le decorazioni, gli stucchi e le inferriate alle finestre al piano terra in linea stilistica con quelle dell'intero edificio, e non è una caso che siano state rimosse prima della demolizione. Forse il corpo aggiunto è il primo piano, il piano superiore, ormai stratificato, che comunque non era fatiscente, quindi andava sottoposto a recupero, stante il vincolo vigente».