Il prestito in biblioteca si pagherà. A deciderlo non sono stati i bibliotecari, ma una direttiva dell'Unione Europea nata per tutelare il diritto d'autore. Forte il coro di no, specialmente nel mondo della ricerca, tanto che anche la Biblioteca Nazionale ha aderito alla campagna «Non pago di leggere». La scappatoia adottata fino a oggi consisteva nel dichiarare «esenti dal pagamento di tali diritti» le 12 mila biblioteche italiane. Ma ora che c'è un procedimento di infrazione aperto dall'Unione Europea, l'escamotage non regge più. Non hanno avuto ancora il tempo di fare i conti su quanto è costato il pacchetto-istruzione 2005, le famiglie, che già si trovano davanti lo spettro di un nuova spesa. Nuova si fa per dire, perché il cosiddetto ticket sui libri presi in prestito nelle biblioteche pubbliche dovrebbe essere stato digerito da tempo. Almeno per l'Unione Europea, che con la direttiva 92100 già dal 1992 prevedeva il pagamento di una «Royalty per il diritto d'autore». Una tassa sul libro, di cinquanta centesimi o un euro magari, ma pur sempre una tassa. I bibliotecari romani però non ci stanno e ancora una volta gridano a gran voce quello che a loro avviso suona come la violazione di un diritto: alla lettura. Il presupposto da cui parte la direttiva europea è semplice: «Il prestito fa diminuire le vendite dei libri». Ma agli studenti, ai professori universitari, alle famiglie e ai bibliotecari l'antifona suona diversamente: «Il provvedimento andrà semplicemente a discapito di chi ha già grandi difficoltà economiche e non può permettersi di comperare i libri a causa dei prezzi troppo alti». Il grido d'allarme però purtroppo non è servito e nel gennaio 2004 la Commissione Europea ha aperto un provvedimento d'infrazione nei confronti di sei paesi, Italia compresa, che non hanno mai recepito la direttiva. Il provvedimento continua però a produrre un forte malcontento nell'intero Paese e nella capitale in particolare, dove il circuito Biblioteche di Roma, la Biblioteca Nazionale e molte tra quelle universitarie già un anno fa avevano deciso di aderire alla campagna «Non pago di leggere», che si è sviluppata soprattutto in rete. «Il prestito risponde a finalità sociali», tuona il direttore della Biblioteca Nazionale Osvaldo Avallone, secondo cui la direttiva europea è inaccettabile soprattutto perché l'onere, andando a gravare direttamente sull'utente, «metterebbe in serie difficoltà tutte quelle persone che non possono permettersi di comprare i libri e si rivolgono al servizio pubblico». Inoltre, secondo i bibliotecari romani, il provvedimento potrebbe costituire un incentivo alla riproduzione abusiva. E l'idea della tutela degli autori convince ben poco: «Col prestito non vengono lesi grossi interessi commerciali - spiega Avallone - perché il danno è funzionale al successo del libro. Il problema si propone infatti solamente davanti alla pubblicazione del libro di un autore importante. Ma i nostri scaffali sono pieni di testi poco richiesti, che prestati ogni tre mesi finiscono al massimo nelle mani di dieci persone l'anno. E cosa sono dieci copie non vendute davanti alla possibilità di diffondere cultura?». Come fare allora? La scappatoia adottata fino a òggi dal governo italiano consisteva nel dichiarare «esenti dal pagamento di tali diritti» le 12 mila biblioteche italiane. Ma davanti al procedimento di infrazione aperto dall'Unione Europea, l'escamotage non regge più. Nella città dei Sette Colli il parere comunque resta unanime: dell'onere non si possono fare carico le famiglie su cui grava già pesantemente il diritto allo studio dei figli, E neppure si hanno dubbi sul giro d'affari che il provvedimento, una volta applicato, andrà a muovere. Per ora l'unica a non essersi mobilitata sulla questione è la Siae. Avrebbe dovuto? «Preferisco non rispondere», chiude Avallone. La protesta è on line II dissenso viaggia on line, con un sito - www.nopago.org - che dalla biblioteca di Cotogno Monzese accende gli animi dei bibliotecari. Insieme alle pagine web dell'Associazione italiana biblioteche - www.aib.it - offre un quadro completo della situazione. Non mancano le forme di protesta, garbata ma efficace, per cercare di far capire agli utenti cosa si rischia col «ticket» sul libro. Ad esempio, che testi «rarissìmì» che solo le biblioteche ormai possiedono finiscano nel dimenticatoio. L'elenco dei libri «impagabili» - perché nessuno li pubblica più - occupa tre pagine.