La Sfinge resta in laguna. C'è chi lo chiamò così, fin dalla sua comparsa nel 1998 sulla scena veneziana come presidente della Biennale, per l'apparente impenetrabilità dell'uomo e un sorriso enigmatico che accompagnava le sue - parche - dichiarazioni d'intenti. L'ingegner Paolo Baratta arrivava a Venezia già con un cursus honorum importante di ministro nei Governi Amato, Ciampi e Dini e dunque, si poteva presumere, per suggellare serenamente la sua carriera di Grand Commìs di stato e di banchiere con la guida della più importante, anche se un po' sbiadita, istituzione culturale italiana del contemporaneo. Niente di più falso. L'ingegner Baratta era arrivato con l'intenzione di rifarla da cima a fondo, a cominciare dalle sue strutture e fu il primo, con Harald Szeemann alla guida della Mostra Internazionale delle Arti Visive, a intuire le straordinarie potenzialità espositive di un monumento abbandonato a se stesso come l'Arsenale - nel disinteresse dello stesso Comune che molti anni più tardi l'avrebbe ereditato dallo Stato - e a iniziare a recuperarlo. Le importanti relazioni politiche e istituzionali dell'uomo servirono a reperire - attraverso fondi della Legge Speciale destinati ad hoc - le risorse necessarie a recuperare Corderie, Artiglierie, Tese, Gaggiandre e via espandendosi, facendo dell'Arsenale la "casa" della Biennale insieme ai Giardini e contribuendo anche con il riuso di questi spazi unici a rilanciare il target intermnazionale della Biennale. Ma è di Baratta anche il merito di aver reso anche la Biennale Architettura, fino ad allora parente "povera" di quella di Arti Visive e fatta soprattutto per gli architetti, una grande manifestazione internazionale e "popolare»" rendendo le due mostre quasi intercambiabili. Se il ministro Giuliano Urbani volle giubilarlo prima del tempo nel suo primo mandato, invocando lo "sgarbo" di aver nominato in scadenza Deyan Sudjic alla guida della Biennale Architettura per dargli il tempo di lavorare, un altro ministro dei Beni Culturali, Giancarlo Galan, non voleva riconfermarlo, dopo il suo ritorno nel 2008, per mettere al suo posto l'amico pubblicitario Giulio Malgara. Ma dovette arrendersi quando una raccolta di firme - lanciata dal nostro giornale e che richiamò migliaia di adesioni, tra cui quelle dei direttori dei principali musei del mondo - impose il dietro-front di Galan e la successiva riconferma a furor di popolo di Baratta. Che, nel frattempo si è talmente innamorato del ruolo e dell'istituzione da non volerla lasciare, tanto che un ministro che lo stima enormemente come Dario Franceschini ha addirittura cambiato lo statuto della Biennale per permettere al presidente un altro giro di giostra. Perché nel frattempo la Biennale, sotto Baratta, è diventata l'unica istituzione pubblica veneziana che funziona veramente, la Biennale Arti Visive e quelle di Architettura sono diventate le manifestazioni di riferimento del settore a livello internazionale. La Mostra del Cinema "tiene" egregiamente nonostante i problemi strutturali a cui si è in parte posto rimedio. E i conti reggono, nonostante il calo dei fondi pubblici, grazie agli sponsor e all'autofinanziamento. Tanto che la Mostra Arti Visive, unica nel panorama italiano dell'arte contemporanea, si paga da sé. E la Biennale ha ritrovato anche un pubblico giovane, lanciato il settore educativo e di formazione professionale, con la Biennale College, che tanto sta a cuore al suo presidente. In una Venezia che ormai si limita a "mostrare" cultura, ha cominciato finalmente anche a produrla. Per questo Baratta - che ha un alto concetto di sé - è voluto restare. Per finire ciò che ha incominciato quasi vent'anni fa. (e.t.)