Che sia una superfetazione o meno, ossia un elemento aggiunto alla costruzione originale e questo potrà dirlo solo la Soprintendenza quando deciderà di intervenire sull'argomento quel che si può affermare con certezza è che da ieri la palazzina più bassa delle Poste Centrali, quella che dà su lungomare Trieste, non esiste più. Ad abbatterla le ruspe dell'impresa Rainone Real Estate nell'ambito del restyling dell'antico edificio che presto, dopo l'acquisizione datata ormai cinque anni fa, diventerà un hotel di lusso. Anzi, una sontuosa residenza, dove "storia, eleganza e prestigio di danno il benvenuto". Così promette lo slogan scelto per attirare eventuali affittuari degli spazi che verranno messi a disposizione che da qualche settimana campeggia sul cantiere allestito per ora solo sul lungomare. Sono stati molti i curiosi che negli ultimi giorni si sono soffermati ad assistere alle operazioni di demolizione e l'intervento, molto più che invasivo, non è passato inosservato agli occhi di chi su quel palazzo inaugurato nel 1932 ed esempio validissimo, se non il più valido, dell'architettura fascista, ci ha scritto un libro. "Salerno durante il Ventennio. Gli edifici pubblici, l'edilizia popolare, l'urbanistica", questo il titolo del volume a firma dell'architetto Vincenzo Dodaro il quale, ora che una parte, seppur piccola, di quel patrimonio non esiste più, si chiede come sia stato possibile per una città "svendere" una traccia del suo passato così importante. Lo stravolgimento dell'edificio delle Poste centrali da parte dell'amministrazione postale non è certo cominciato con l'arrivo dei Rainone, questo è certo, visti i diversi interventi eseguiti negli anni sia all'interno che all'esterno del palazzo ma l'ultima demolizione, a maggior ragione perchè commissionata per fini meramente commerciali, ha fatto indignare non poco gli amanti e gli esperti di urbanistica. Ma andiamo per ordine, ripercorrendo la storia del palazzo: la realizzazione di esso era un'esigenza avvertita a Salerno fin dal 1919. Nel 1921 venne dato incarico agli ingegneri Toma e Donzelli, così come documenta Dodaro nel suo libro, di redigere un progetto su un suolo concesso gratuitamente dal Comune. Con l'avvento del Regime, l'onere della costruzione dell'edificio passò al Ministero delle Comunicazioni che, nel 1928, stava per iniziare i lavori. Per realizzare l'edificio fu scelta un'area tra corso Garibaldi e il lungomare, di fronte all'area del vecchio mercato dove poi, nel 1939, è stato costruito il Palazzo di Giustizia. Il progetto venne redatto dall'ingegner Roberto Narducci, dell'ufficio tecnico del Ministero, già impegnato nella direzione dei lavori di altri due edifivi postali, quali quello di Treviso e di Bari. la direzione dei lavori, delegata alla sezione Lavori delle Ferrovie dello Stato, venne affidata all'ingegner Francesco Canistracci, mentre l'esecuzione dei lavori venne curata dall'impresa dell'ingener Cesare Giovagnoli di Napoli. Ottantatrè anni dopo l'inaugurazione dell'edificio ci ha pensato il gruppo Lombardini22, studio milanese che opera a livello internazionale e specializzato, tra l'altro, nella progettazione architettonica e ingegneristica nei mercati retail, office, hospitality e data center, a "rivedere" quel progetto. E il primo intervento programmato è stato quello riguardante l'abbattimento della palazzina più bassa del complesso. Cosa ci verrà al suo posto è un mistero: in questi giorni si susseguono ipotesi e anche la più accreditata parla di una "ricostruzione"; quel che è certo che i muri originari, almeno quelli del piano terra che sembrano non essere stati tirati su in un secondo momento (a testimoniarlo potrebbero essere le grate alle finestre) come quelli del primo piano della palazzina, sono andati persi. E se anche tutto il complesso più basso fosse un'aggiunta, perchè non abbattere anche le costruzioni fatte sul tetto che nelle foto degli anni cinquanta non compaiono? Forse perchè un attico vista mare fa troppa gola a chi ha voluto trasformare un edificio storico in un albergo per ricchi, con il beneplacito del Comune. E la Soprintendenza? Ha protetto a dovere un bene così prezioso? Ha tutelato che la sua natura non venisse totalmente stravolta?