VIETATO parlare di "arti minori" o di "musei minori". La sfida di Paola D'Agostino, napoletana, 43 anni, carriera al Metropolitan di New York e a Yale, dal 1 dicembre direttrice del nuovo complesso comprendente Bargello, Cappelle Medicee, Palazzo Davanzati, Casa Martelli e Orsanmichele, comincia da qui. DA cinque eccellenze artistiche che, in totale, raccolgono in un anno poco meno di un terzo dei visitatori dei soli Uffizi (643 mila contro un milione e 935 mila, le Cappelle con 317 mila presenze fanno la parte del leone). Da una grandezza «che troppo spesso non viene adeguatamente riconosciuta ». E da un invito ai suoi nuovi concittadini, riguardante quello che probabilmente, fra gli attori del gruppo, interpreta oggi la parte più debole: «Venite a Orsanmichele». Perché «è un dolore spiega che chiesa e museo siano aperti soltanto un giorno alla settimana, e farò di tutto per cambiare le cose. Ma è anche vero che io lì di fiorentini non ne vedo. Lunedì sarò lì. E dico: venite, vi aspetto. Vorrei che le persone si rendessero conto del tesoro che hanno sotto gli occhi». Lei, del resto, si definisce «una persona tenace ». E fiduciosa. Al punto che, di fronte alla scommessa dell'autonomia auspicata dal ministero per il nuovo agglomerato, e a quella, implicita, di sopravvivere alla concorrenza di "giganti" come Uffizi e Accademia distanti appena una manciata di metri, risponde: «Io ci credo. L'obiettivo a cui stiamo lavorando in sinergia con i direttori degli altri due musei autonomi (i tedeschi Eike Schmidt e Cecilie Hollberg, ndr) è combattere il sovraffollamento di questi ultimi, decongestionando i flussi e portando le persone da noi. Per questo studieremo la possibilità di biglietti integrati e di nuovi orari. In questa città c'è un po' la sindrome da Venere di Botticelli o da David di Michelangelo. Il mio compito è far vedere che ci sono altre ricchezze grandissime da vedere con occhi diversi, luoghi in cui tornare, non collezioni blockbuster». E ancora: «Uno dei luoghi più magici dove sia stata è il museo Jacqumart-André a Parigi. Un museo piccolo, non certo vicino al Louvre, ma che nel tempo è riuscito a diventare una realtà conosciuta e rispettata». Del resto, aggiunge, «chi mi ha preceduto qui al Bargello ha già fatto un ottimo lavoro: i visitatori nell'ultimo anno, sotto la direzione di Ilaria Ciseri, sono aumentati del 7 per cento. E inoltre il museo guadagnerà in visibilità grazie all'accorpamento con le Cappelle Medicee, dove sono convinta che otto visitatori su dieci oggi non ne conoscano l'esistenza». C'è anche da mettere a punto, conclude, «una politica mediata di accesso e risorse: un biglietto di soli 2 euro per Palazzo Davanzati è un insulto». Ma i turisti rappresentano per D'Agostino solo una parte del target. «Nel mondo anglosassone racconta ho imparato due cose. La prima è l'importanza della didattica, pensata non solo per i turisti, ma per i residenti, con momenti di interazione col pubblico e programmi di conoscenza delle collezioni. In tanti anni al Met, non ho mai visto un visitatore che non volesse essere informato. Le sezioni didattiche italiane non hanno niente da invidiare a quelle dei musei stranieri, ma fino ad oggi non hanno avuto risorse e risonanza sufficienti. La seconda è il concepire il museo non come un luogo dove stare due ore ma dove tornare e trascorrere del tempo. Qui invece si fanno le corse per vedere tutto. Ecco, vorrei incentivare l'idea che i musei siano prima di tutto un patrimonio pubblico, partendo proprio dall'educazione dei bambini». Quanto alle mostre, spiega, «non ce ne sono di già programmate nei prossimi sei mesi. I funzionari sono liberi di proporre nuovi progetti, di cui insieme valuteremo la sostenibilità. Ma in questo momento credo che la priorità sia la fruizione di quello che già c'è. La formazione e la ricerca, perché di mostre ce ne sono già tante, anche se si tratta di una tradizione che verrà mantenuta». Bene anche gli spettacoli che, negli anni, hanno fatto diventare il Bargello palcoscenico per la danza e il teatro: «Proseguiremo su questa strada, con le necessarie ridiscussioni di convenzioni e programmi». Quanto al ritorno in patria dopo tanti anni racconta: «I colleghi americani mi hanno chiesto come sia possibile che da noi non ci sia mecenatismo. Ma ricordo quello che ha fatto Gianni Agnelli per l'arte in Italia e so quello che continuano a fare a Firenze realtà come Ferragamo. Ho risposto loro che ho fiducia nel mio Paese».