LA procura regionale della Corte dei conti del Lazio continua a fare luce sulle 45 varianti che hanno fatto sballare i costi per la realizzazione della metro C. Modifica dopo modifica, milione dopo milione, il conto è lievitato fino a toccare quota 3,7 miliardi di euro. Adesso a tremare sono i componenti della Struttura tecnica di missione del ministero dei Trasporti e delle infrastrutture, l'ingegnere Ercole Incalza e alcuni tra i suoi collaboratori più stretti: sono stati raggiunti da un invito a dedurre (il corrispettivo di un avviso di garanzia). Per i pm contabili sarebbero loro, i membri della cabina di regia delle grandi opere e il superburocrate arrestato lo scorso marzo a Firenze per corruzione, induzione indebita e turbativa d'asta, ad aver fiancheggiato i manager di Roma Metropolitane e i tecnici del consorzio Metro C nella creazione di un danno complessivo da 270 milioni. Un buco impressionante nei conti pubblici. Un cratere causato da quel sistema ormai collaudatissimo denunciato pubblicamente dal procuratore regionale Raffaele De Dominicis nella relazione per il giudizio di parificazione dell'ultimo bilancio della Regione: «L'istituto del general contractor, oltre che lasciare un grande cono d'ombra sulla "qualità" delle imprese subappaltatrici che operano sotto il suo ombrello protettivo, è stato mutuato dai sistemi anglosassoni dove sono consentite interferenze lobbystiche, da noi vietate in modo assoluto». Insomma, una struttura che potrebbe lasciare le porte aperte anche all'ingresso della criminalità organizzata nei grandi appalti pubblici. Così, a differenza di quanto accaduto in passato con le altre opere ad alta velocità, Tav e terza corsia dell'autostrada del Sole, la procura della Corte dei conti del Lazio si è messa in moto. Salvo trovarsi in comprensibile imbarazzo quando si è trovata di fronte all'elenco (peraltro provvisorio) degli enti e degli organi che si sono occupati della linea verde della metro capitolina. Non solo la già citata Roma Metropolitane, stazione appaltante e società municipalizzata controllata al 100 per cento dal Campidoglio, e il consorzio dei costruttori composto da Astaldi, Vianini, Ansaldo e Consorzio cooperative costruzioni. Nella sterminata lista da cui è partita l'indagine si trovano anche l'assessorato alla Mobilità del Comune, la Soprintendenza speciale dei beni archeologici di Roma, l'avvocatura capitolina e la ragioneria generale di palazzo Senatorio. Infine, la Struttura tecnica di missione del Mit: Incalza e il suo cerchio magico. L'ingegnere finito in manette assieme a Stefano Perotti, responsabile dei lavori della tratta T3 San Giovanni-Colosseo, il prossimo giugno potrebbe sedersi davanti alle toghe della Corte dei conti accanto a Chicco Testa e ad altri dieci tra funzionari pubblici e ingegneri già rinviati a giudizio. Capace di resistere alla guida della cabina di regia delle grandi opere per decenni e per sette governi, assieme ai suoi uomini, Incalza potrebbe dover rispondere della metà del danno complessivamente causato al pubblico erario: 135 milioni di euro.
ROMA - Caos metro C sotto accusa il sistema di Incalza
La procura regionale della Corte dei conti del Lazio ha aperto un'indagine sulle 45 varianti che hanno fatto salire i costi della realizzazione della metro C a Roma. Il conto è lievitato fino a toccare quota 3,7 miliardi di euro. La Struttura tecnica di missione del ministero dei Trasporti e delle infrastrutture, guidata dall'ingegnere Ercole Incalza, è stata accusata di aver contribuito al danno complessivo di 270 milioni di euro. La procura ha identificato 12 enti e organi che si sono occupati della linea verde della metro, tra cui la Roma Metropolitane, il consorzio dei costruttori e l'assessorato alla Mobilità del Comune.
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