L'INTERVISTACARLO PETRINI FONDATORE DI SLOW FOOD «VOGLIAMO aprirci alla città e ai torinesi. Vent'anni sono tanti per una manifestazione che è cresciuta moltissimo, partendo dal Piemonte siamo arrivati ad un livello nazionale ed internazionale. Manifestazione che vanta un numero consistente di tentativi di emulazione, mal riusciti però. Forti anche di una unicità che si chiama Terra Madre sentiamo l'esigenza di cambiare passo e aprirci alla città». Questa è la filosofia che guiderà la nuova formula del Salone del Gusto, ribattezzata Terra Madre-Salone del Gusto, secondo il fondatore di Slow Food, Carlin Petrini. Voglia di aprirsi che dipende però dagli affitti praticati da Gl Events per il Lingotto? «Bisogna fare i conti con la realtà. E la realtà è che c'è un contenimento degli investimenti pubblici. Di questo bisogna essere coscienti, non è che viviamo su un altro pianeta. Ma, nonostante questa riduzione, non vogliamo mettere in crisi la qualità della manifestazione. Semmai questa situazione ci deve invogliare a fare qualche cosa di diverso, di migliore se possibile, mettendoci nuove idee. Insomma, come tutte le idee e progetti, non è una questione puramente finanziaria. Il là ci è stato dato dalla trattativa difficile con Gl, ma alla fine un accordo si sarebbe pure trovato con il Lingotto. Ormai però avevamo pensato di imboccare una strada diversa e siamo decisi ad affrontarla fino in fondo». Paura degli intoppi? «No, è una sfida. Non dimentichiamoci che i nostri capolavori sono Cheese e Slow Fish che sono già manifestazioni aperte. A Genova prima eravamo nel quartiere fieristico, poi ci siamo spostati al porto. Siamo reduci da un'edizione di Cheese fantastica con 300 mila persone che scorrevano benissimo. La fiera del tartufo si gioca nelle strade e nelle piazze di Alba. È la più longeva e lunga manifestazione nel suo genere. Incomincia ai primi di ottobre e vive fino a metà novembre». Torino è città di un altro ordine di grandezza rispetto a Bra e Alba. Avete calcolto i rischi? «Si, non escludo che ci saranno problemi da sistemare. Se oggi mi dovesse chiedere, come sarà? Non lo saprei ancora dire nel dettaglio, sarebbe prematuro. Ogni cosa ha un suo vestito, e noi siamo nella fase sartoriale. Insomma, stiamo prendendo le misure. Devo dire che sono rimasto colpito dall'entusiasmo della città e degli interlocutori, dal Teatro Carignano alla Reggia di Venaria, dai Musei Civici al Museo del Cinema. E poi le università». Da cosa deriva tutto questo entusiasmo? «Credo che sia il frutto del Gusto di vent'anni di lavoro. Il Salone è una cosa che i torinesi sentono come loro. Per questo è giusto che dopo così tanto temopo non ci siano più muri. Alla fine faremo il primo bilancio, a bocce ferme ». Vi siete ispirati più a Mistura a Lima o all'Expo di Milano? «Mistura è a metà strada tra il chiuso del Lingotto e l'open del parco del Valentino. L'Expo è stato indubbiamente un evento importante, ma a dirla tutta l'Expo si è giocato con investimenti pazzeschi. Non sono manifestazioni paragonabili l'Expo e il Salone».