QUESTI grovigli, di cui non esiste documentazione, infittiscono ulteriormente il mistero intorno alla storia dell'Artemidoro, il rotolo acquistato per 2 milioni 750 mila euro dalla Compagnia di San Paolo per essere donato all'Egizio nel 2004. Ma mai esposto al Museo perché giudicato da molti un clamoroso falso. «I papiri che erano contenuti nel "konvolut" si trovano all'Università di Milano spiega il professor Claudio Gallazzi, che da sempre difende l'autenticità del papiro sono stati prestati a noi da Simonian perché li pubblicassimo». È un fatto che nessuno li ha mai potuti vedere. Non esistono testimonianze che fossero oggetto della trattativa con l'Italia assieme all'Artemidoro. Come non esiste alcuna documentazione del processo di smontaggio del "cartonnage" nel quale si diceva che il papiro fosse stato trovato, un fatto che contravviene alle consuetudini scientifiche del restauro archeologico e papirologico. E poi: più documenti potrebbero rivelarsi utili a fare chiarezza sulla misteriosa vicenda su cui ora è stata aperta anche una indagine dalla procura di Torino. La provenienza e la strada che hanno percorso questi papiri potrebbe rivelarsi perciò il vero punto oscuro dell'intera vicenda, che da anni solleva un acceso dibattito tra storici, filologi ed esperti papirologi, ma che interessa, a questo punto, anche gli inquirenti. «Ovviamente siamo i primi a essere interessati a conoscere la verità sul Papiro di Artemidoro dice Piero Gastaldo, segretario generale della Compagnia di San Paolo la nostra posizione è perfettamente allineata con quella della procura di Torino. Anche perché, se emergesse che è stato commesso qualche illecito, noi saremmo certamente parte lesa». I trenta frammenti del "konvolut" si trovano quindi a Milano, all'Istituto di Papirologia dell'Università Statale. E sono a disposizione del docente Claudio Gallazzi. Glieli avrebbe "prestati" il mercante d'arte e collezionista armeno Serop Simonian, l'uomo che alla Fondazione per l'Arte della Compagnia ha venduto l'Artemidoro per quasi tre milioni di euro. Ma perché nessuno li ha mai visti? Perché non mostrarli, dato che un loro esame avrebbe potuto contribuire a definirne la datazione, fugando le accuse di falsità mosse da Luciano Canfora, il filologo dell'Università di Bari che dice di aver rinvenuto sulla mappa, attribuita ad Artemidoro di Efeso, evidenti incogruenze con le conoscenze e il linguaggio dell'epoca? Lo studioso dell'antichità classica Salvatore Settis, che aveva promosso l'acquisto presso il ministro dei Beni Culturali, Giuliano Urbani, non si è mai arreso. E ancora di recente ha organizzato seminari sul tema alla Normale di Pisa, di cui è stato a lungo il rettore. Ma non ha mai mostrato né al pubblico né agli studiosi i papiri "di contesto" che, a quanto pare, si trovavano già in Italia ben prima dell'acquisto di Artemidoro. E studi di Gallazzi su quei frammenti sono datati addirittura 1998. Chi ha buona memoria ricorda il silenzio del papirologo di Milano, nel 2008 all'Altes Museum di Berlino, alle domande sulla provenienza del "konvolut". E anche le polemiche sull'unica foto mai esistita, giudicata unanimemente un falso da esperti del ministero dei Beni culturali.