Le aziende contro la Regione Toscana. Prorogato di un anno il termine per la ricognizione dei beni estimati a Carrara CARRARA. Piovono ricorsi sul Piano paesaggistico regionale, uno dei tre soli piani approvati in Italia secondo i dettami del codice dei Beni culturali e del paesaggio (insieme a quello sardo e a quello pugliese). Già passato sotto la falce di emendamenti che, almeno in tema cave, lo hanno ridotto a una versione light di quello concepito inizialmente dall'assessore all'urbanistica, Anna Marson, adesso inizia la sua seconda epopea: quella dei ricorsi e dei controricorsi. Una sfida al ribasso per tagliare tutta la rete di protezione ambientale costruita in quattro anni di lavoro del grosso team di docenti universitari, ricercatori e tecnici capitanati dalla Marson, che poi era ed è il senso e l'anima del piano stesso. Sono circa sessanta, infatti, i ricorsi presentati al Tar dalle ditte del marmo - in particolare di Carrara - contro la Regione Toscana e lo stesso ministero per i Beni e le Attività culturali e Turismo, inerenti - come si legge in una nota del ministero dell'Ambiente - «la richiesta di annullamento, in parte qua, della deliberazione del consiglio regionale del 27 marzo 2015 numero 37 (con la quale veniva approvato l'atto di integrazione del Piano di indirizzo territoriale con valenza paesaggistica, il Pit, ndr), nella parte in cui il citato Pit incide sulla prosecuzione della gestione delle diverse attività estrattive». Gli imprenditori del lapideo d'altronde non hanno mai nascosto la loro ripugnanza verso quel documento che, a loro dire, limita troppo l'attività estrattiva e il lavoro e il guadagno e tutto. Non sono bastati quindi gli ultimi pesanti ritocchi presentati dall'asse regionale pd-centrodestra a febbraio scorso poco prima dell'adozione, ossia il via libera a ampliamenti dei siti estrattivi e alla riapertura di cave dismesse da oltre vent'anni (nella prima bozza le miniere chiuse da oltre vent'anni non potevano essere riattivate, ndr). Secondo gli industriali il Pit limita lo sviluppo e va fermato. E vai quindi di ricorsi e controricorsi. Anche gli ambientalisti hanno impugnato, con ricorso straordinario al presidente della Repubblica, il Piano. Sono le associazioni: Mountain Wilderness, Amici della Terra, Sigea, Vas, Lipu, Cai regionale, Centro Cervati e La Pietra Vivente. Secondo gli ecologisti, per quanto riguarda l'area Parco Alpi Apuane, il Piano viola - stando a quanto riportano le associazioni - le leggi di tutela dei Siti Rete Natura 2000, le leggi di tutela delle acque superficiali e sotterranee e il principio di precauzione. Un appello, quello degli ambientalisti al presidente della Repubblica, su cui è arrivata in questi giorni la risposta della direzione generale per la protezione della natura e del mare del ministero dell'Ambiente, il quale fa sapere che la competenza in materia paesaggistica è tutta regionale. Il ministero, in altre parole, non può farci niente. Intanto anche un'altra partita è ancora aperta: quella del Testo unico sulle cave approvato a marzo. Il governo ha infatti impugnato alla Corte Costituzionale il comma 2 dell'articolo 32 della legge, riguardante i beni estimati, che la Regione cercava, con la nuova legge, di ripubblicizzare, per poi mettere a gara europea le concessioni per l'escavazione. La Corte Costituzionale non si è ancora pronunciata, motivo per cui la commissione regionale Sviluppo economico e rurale, presieduta da Gianni Anselmi (Pd) ha approvato, con l'astensione di Forza Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle, una proposta di legge che prevede la proroga di un anno di alcuni termini indicati dalla legge stessa. «Si tratta di una legge ricognitiva. Il suo approdo in commissione - ha spiegato Anselmi - consegue a una circostanza che si è creata con l'impugnazione da parte della presidenza del Consiglio dei ministri della legge 35 che adesso giace in Corte Costituzionale per questioni legate al conflitto di competenze in tema di beni estimati. Questo contenzioso implica la necessità di uno scorrimento complessivo». In particolare, nell'articolo 32 era previsto che i Comuni di Massa e Carrara facessero una ricognizione dei beni estimati entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge (a metà aprile). La proposta è stata quella di far slittare di un anno i termini, «per poter prolungare in regime transitorio la situazione, del regolamento che i comuni avrebbero dovuto emanare».