DELLE quattro case ne rimangono ormai solo due. Una è stata abbattuta pochi mesi fa, c'è già il cantiere della costruzione che verrà. La prima venne invece cancellata già nel 2006 e sul terreno lasciato vuoto è appunto spuntata un'anonima costruzione che tra l'altro stride con le due sopravvissute. Delle due residue, una è abitata, per ora dunque al sicuro. L'altra invece è il problema imminente. Vuota, è stata pignorata da una banca nel 2011 ed è già passata per tre aste giudiziarie. Prezzo iniziale 790mila euro, scesi lo scorso settembre a 500mila. Antonella Ranaldi, soprintendente belle arti e paesaggio di Milano, delle case non conosceva neppure l'esistenza. «Le scopro grazie a lei». Invita alla cautela «perché non è detto che una nuova proprietà decida per forza la demolizione». Promette «di interessarsi già in settimana del caso» ma di fatto confessa di avere le mani legate. «Non essendo trascorsi 50 anni ed essendo Piano ancora in vita, l'unica altra strada sarebbe dimostrare l'importanza dell'opera in riferimento alla storia della tecnica e della cultura in genere, ma è un iter lungo e complesso». In verità l'importanza tecno-culturale c'è tutta. I 4 moduli abitativi all'epoca erano rivoluzionari. Bassi parallelepipedi bianchi a pianta quasi quadrata, misurano 12 metri per 15, sono alti 3, li commissionò a Piano l'amico Roberto Lucci, designer e allievo insieme all'architetto genovese di Marco Zanuso al Politecnico di Milano. Lucci si era appena sposato e con altri tre amici cercava una soluzione economica di cui sistemare gli interni secondo i suoi gusti. I solidi, alti un piano e dotati di un interrato, si aprono con due grandi vetrate continue sui due lati maggiori, rivolti e nord e a sud e affacciati sul giardino. Chiuse ad est e ad ovest, l'idea di Piano era in pratica fornire un tetto personalizzabile all'interno, dove gli unici ambienti già scritti erano il bagno e parte della cucina. E, soprattutto, la dimostrazione di come in architettura un budget limitato non sia un ostacolo insormontabile. «È una casa trasformativa - spiega Fulvio Irace, storico di architettura - uno schema libero da modellare a seconda delle esigenze». Fu per Piano un laboratorio aperto. «Direi proprio un banco di prova perché questi concetti sono gli stessi che poco tempo dopo impiegò a Parigi per il Centre Pompidou ». Per scongiurare il rischio demolizione, l'unico vero strumento è nelle mani di Piano, che potrebbe far valere il diritto d'autore. Contattato al telefono da Irace, dice di ricordare queste case «come un sogno innocente, antiformalista, di libertà ». Però riterrebbe «prepotente qualunque intervento diretto e impositivo». E lancia alla fine un offerta. «La Fondazione Piano fornirà una consulenza gratuita all'eventuale nuovo acquirente per riallestire gli interni secondo le sue esigenze, purché nello spirito tornino più vicini all'intervento originale». Vale una consulenza di Piano per gli arredi, casa inclusa, 500mila euro?