LA VISITA «Q UESTO non è un Conservatorio qualsiasi. Uno come gli altri. Ma una "casa" senza la quale la storia della musica, non solo quella italiana, sarebbe stata diversa. Ci tornerò almeno una volta all'anno. Forse due». Il maestro Riccardo Muti prende un impegno con il suo conservatorio, quello di San Pietro a Majella. La "casa" dalla quale ha mosso i primi passi. È qui che per la prima volta gli hanno suggerito di studiare la direzione d'orchestra. Il resto è storia. Ed è in questo "luogo sacro" che il maestro ha incontrato, ieri, gli allievi dei conservatori della Campania ed il pubblico di appassionati. Un incontro cominciato con un minuto di silenzio, per le vittime della strage di Parigi e per la scomparsa di Luca De Filippo. «Non l'ho conosciuto personalmente » racconta Muti. «Ma l'ho visto tante volte in tv ed a teatro. Per ricordarlo, voglio raccontare il mio incontro con il padre, Eduardo. Eravamo a cena e gli chiesi un autografo. Mi scrisse "a Riccardo Muti. Le parole non contano". Ecco. Anche oggi le parole non contano ». Il maestro non ne spende di vane su Luca De Filippo, ma è prodigo di parole sulla musica, sullo studio, sulle mode che portano i giovani direttori «a zompare sul palco con la bocca aperta. Come se dirigere bene significasse agitarsi. Li chiamo direttori "dinamo"». Prodigo, il maestro, anche di parole sui governi «che credono ancora che insegnare musica significhi cantare Fratelli d'Italia e Va' pensiero. Studiare musica significa, invece, imparare a suonare insieme, senza sacrificare la libertà dell'altro. E diventare, dunque, cittadini migliori. La musica - ribadisce - aiuta a diventare cittadini migliori: ognuno porta un granello di civiltà e tutti insieme concorriamo al bene comune con la B maiuscola». Muti presenta, dinanzi ad una platea di 500 persone, la seconda edizione della sua Italian Opera Academy, che forma direttori d'orchestra, cantanti, maestri collaboratori. «Voglio trasmettere loro quello che ho imparato». Ed a margine dell'appuntamento, organizzato per iniziativa del direttore del Conservatorio di San Pietro a Majella, Elsa Evangelista, il Maestro incontra i giornalisti. E parla, anche, di Napoli, e della sua partecipazione al Comitato per le celebrazioni dei 200 anni della morte di Giovanni Paisiello. «Ho accettato la presidenza onoraria del Comitato nella speranza di offrire una garanzia di serietà. D'altra parte la prima opera che ho diretto, quando ancora ero studente, è stata "L'osteria di Marechiaro" di Paisiello. Il mio impegno in tal senso è importante». Come se il maestro lo sentisse doveroso. Il suo impegno è volto, coi ragazzi, alla trasmissione di una cultura musicale che rischia di andare persa. «Quando sono arrivato, mi ha accolto la banda con l'Inno di Paisiello. È raro trovare una banda davvero intonata. E questa lo era. Siamo dunque in un Conservatorio che esprime ragazzi di grande qualità. Ecco perché mi fa piacere poter tornare da loro, anche per due giorni consecutivi, per insegnare quanto di concreto io ho appreso». Quanto, anche, i governi non capiscono. E torna sull'importanza dell'insegnamento della musica, e sul valore della musica. Anche per Napoli. «Il Comitato per Paisiello, le iniziative che verranno messe in piedi, potranno portare benefici alla città. Purché conservatori e musei, ma non solo loro, si colleghino», creino un circuito virtuoso, facciano rete. «Sono felicissimo - aggiunge - che a dirigere il museo di Capodimonte sia Bellenger, che conosco bene perché era a Chicago. Un francese innamorato di Napoli. Per il museo di Chicago acquistò un presepe napoletano e mi chiese di presentarlo. Per guardare quel presepe i visitatori del museo fanno la fila. Ecco, anche i musei sono importanti per la musica. E Capodimonte potrà diventare centrale anche dal punto di vista musicale. Non solo il museo, ma anche il bosco. Dove si potrebbero riportare le feste che si tenevano nel '700. Non possiamo fare feste solo in piazza del Plebiscito». Un invito, infine: «Non dobbiamo essere melomani. È una malattia - ironizza - Dobbiamo, piuttosto, essere "culturalmaniaci" e tenere i teatri aperti ogni sera, come accade altrove».