«I CINESI vogliono far vedere che ora possono. E l'arte occidentale serve a legittimare non solo la loro potenza economica, ma anche la loro cultura agli occhi del mondo». Mario Cristiani è appena tornato da Pechino. Con i soci Lorenzo Fiaschi e Maurizio Rigillo ha fondato Galleria Continua a San Gimignano, l'unica italiana che dal 2005 ha una sede a Pechino e che figura costantemente nella power list dell'arte contemporanea mondiale. Rappresenta una roccaforte di opere occidentali esposte nella Repubblica di Mao: i prossimi artisti in cartellone sono il britannico Antony Gormley e l'italiano Michelangelo Pistoletto. Ma non solo, gli italiani hanno fatto "digerire" al governo cinese anche l'icona dissidente Ai Weiwei, che ora ospitano con una mostra in programma fino ai primi giorni del 2016. Cristiani, come è cambiato il gusto cinese degli ultimi anni? «I cinesi sono diventati cosmopoliti anche nelle scelte del collezionismo. In questo hanno influito le fiere internazionali: Art Basel a Hong Kong dal 2013 ha giocato un ruolo fondamentale. Oggi esporre in una raccolta gli artisti occidentali significa legittimare anche i maestri locali che sono inseriti nella stessa collezione. Picasso, Modigliani o un artista vivente e sul mercato come Anish Kapoor diventano brand che fanno salire il valore di una collezione. Le regalano credibilità. Così come accadeva nel Novecento con i grandi capitalisti americani che compravano i maestri europei e davano vita a fondazioni che sono diventati musei tra i più importanti del mondo». Gli artisti occidentali sono anche blue chip per i collezionisti cinesi, investimenti sicuri e redditizi sul mercato... «Sì, ma proprio come succede con i collezionisti occidentali. La Cina, fatto salvo il suo sistema politico, è un Paese capitalista e sta promuovendo le nuove fondazioni dedicate all'arte contemporanea. In più, ora lo stesso governo vuole sviluppare l'industria culturale coinvolgendo gli occidentali o personaggi che comunque godono di grande credibilità in Occidente». Vale a dire? «Archistar come Zaha Hadid e Rem Koolhaas sono stati contattati per progetti faraonici. A Shaoshan, la città dove è nato Mao, sorgerà entro un paio d'anni un enorme museo statale da 90.000 metri quadrati. Esporrà l'arte cinese, ma anche molti maestri occidentali acquistati dallo Stato. Il governo vuole organizzare per l'apertura una grande mostra sul Rinascimento italiano, mettendolo in parallelo con l'arte cinese dello stesso periodo. E anche noi, come galleristi, siamo stati contattati per fare da mediatori con le istituzioni italiane». Quello occidentale diventa un modello anche per la costruzione e l'organizzazione dei nuovi musei? «Evidentemente sì. Ci si affida a un modello consolidato e accettato dal mondo. Ma questo rischia di compromettere il gusto. L'Occidente vende i suoi simboli più noti, ma sarebbe anche importante alimentare uno scambio culturale autentico. Non mettendo in circolo solo gli artisti più riconoscobili e "facili"».