La procura non esclude che la banda si possa essere divisa già a Castelvecchio. Si cerca la Lancia Phedra del vigilante a cui è stato rubato anche il giubbino utilizzato poi dal terzo complice rimasto nel cortile VERONA. Tassello dopo tassello. È un mosaico intricato quello che devono ricomporre gli investigatori coordinati dal pm Gennaro Ottaviano per cercare di dare un nome agli autori del «colpo del secolo». Le indagini degli uomini di squadra mobile, del Servizio centrale operativo della polizia e del reparto operativo Tutela patrimonio culturale dei carabinieri (ieri in procura era presente anche il comandante, generale Mariano Ignazio Mossa) proseguono a ritmo serrato. In fuga verso Nord Dell'auto rubata all'interno del cortile di Castelvecchio e utilizzata dai banditi per la fuga con il prezioso bottino (17 tele tra le quali Pisanello, Bellini, Tintoretto, Mantegna e Rubens), non vi è ancora nessuna traccia. Secondo alcune indiscrezioni, dovrebbe trattarsi di una Lancia Phedra. E dall'analisi delle telecamere cittadine, sta pian piano emergendo il tragitto compiuto. Uscita da cancello, la vettura ha svoltato a destra verso corso Porta Palio (a sinistra si sarebbe ritrovata «sotto il tiro» delle telecamere della preferenziale di corso Cavour) e si sarebbe diretta verso Nord, verso il casello autostradale o verso la regionale 11 che porta al lago. È lì che gli investigatori starebbero concentrando le ricerche, ritenendo molto probabile che la banda abbia nascosto il veicolo al sicuro per proseguire la fuga con un'auto «pulita». Il terzo complice a piedi Ma la banda, a quel punto, avrebbe già potuto essersi divisa. Dalla procura non è escluso che uno dei tre malviventi possa aver abbandonato a piedi il museo di Castelvecchio. Una convinzione maturata dal fatto che all'interno dell'abitacolo stipato con le 17 tele, nonostante le dimensioni del veicolo, ci sarebbe stato posto solamente per due persone. E le immagini delle telecamere della zona, potrebbero aver immortalato il bandito «appiedato». Il blitz ripreso Telecamere che sono state letteralmente «setacciate» alla ricerca di qualsiasi indizio. E dall'analisi dei filmati emergono ulteriori particolari che confermano l'alto grado di preparazione dei rapinatori. Arrivati a piedi a Castelvecchio quando erano presenti ancora alcuni turisti che si aggiravano nel cortile. Alle 19.38 due di loro sono entrati in azione con i passamontagna calati sui volti e almeno una pistola in pugno. Decisi e rapidi, hanno minacciato la cassiera e l'unica guardia giurata della SicurItalia presente nel museo, facendoli stendere a terra. E, secondo una prima ricostruzione della procura, avrebbero costretto il vigilante (poi obbligato ad accompagnarli durante la razzia vera e propria) a consegnare loro il giubbotto con le chiavi della sua auto privata usata poi per la fuga con il bottino. La «falsa guardia» A questo punto, sarebbe entrato in azione il terzo componente, rimasto nel frattempo in cortile. Dopo aver indossato il giubbotto con i colori d'istituto dell'agenzia di sorveglianza e un cappellino per rendersi meno riconoscibile, l'uomo avrebbe invitato i turisti presenti a uscire per la chiusura serale. Anche se i filmati registrati sono sprovvisti dell'audio, si può facilmente intuire l'ordine impartito dal «falso vigilante» a causa del movimento in blocco verso l'uscita dei presenti nel cortile. L'uomo si sarebbe dunque spacciato per uno del personale che quotidianamente garantisce la sicurezza nel museo, senza destare alcun sospetto tra i visitatori. Quei visitatori che, inconsapevolmente, potrebbero anche avergli scattato una foto (nelle immagini riprese si nota almeno un uomo che scatta con il flash nel piazzale dell'edificio). Gli appelli Ed è anche a loro che il pm Ottaviano si è rivolto chiedendo che «chiunque fosse a Castelvecchio in quella fascia oraria, si rivolga alle forze dell'ordine». Perché non è escluso che, dal cancello laterale che dà sul ponte scaligero qualcuno possa aver notato i banditi mentre caricavano i quadri sull'auto lasciata nel piazzale. Appello rilanciato anche sulla pagina Facebook del museo, con tanto di scatti delle opere: «Di seguito pubblichiamo l'elenco e le immagini dei 17 dipinti rubati al Museo di Castelvecchio la sera di giovedì 19 novembre 2015. Auspichiamo nella collaborazione della cittadinanza». I tasselli mancanti Ma sarà compito degli inquirenti cercare risposte ai molti interrogativi rimasti ancora aperti. Primo tra tutti la mancata attivazione del sistema d'allarme entro i tempi previsti. Per capire se si sia trattato semplicemente di una tragica superficialità da parte di chi, dall'interno della control room della SicurItalia (a Mestre) non si è accorto di quel che stava succedendo a Castelvecchio.