Magari ci fosse ancora Rodolfo Siviero. In principio fu lui, lo "007 dell'arte". Investigatore, seduttore, poi ministro. Uno capace di recuperare qualcosa come 3mila opere d'arte italiane trafugate dai nazisti o sottratte da ladri comuni nel caos del dopoguerra. Da dove inizierebbe, Siviero, morto nell'83, per risolvere il giallo di Verona, o il «colpo del secolo», come l'hanno ribattezzato in città? «Qui il problema è uno solo, ed è molto banale: non perdere nemmeno un secondo. Perché ogni secondo di vantaggio che regaliamo a questi signori li chiama così è un mese di speranza che dobbiamo togliere alla probabilità di recuperare i 17 quadri». Magari passeranno anni, magari no. Il detective che ragiona fa parte del pool investigativo «congiunto» al lavoro da 48 ore sulla clamorosa rapina al Museo di Castelvecchio. Una squadra formata dai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico e dai poliziotti della Squadra mobile di Verona. Su questa tipologia di reati ha esperienza da vendere. Ma Verona è un rompicapo da togliere il sonno. «Dire che si tratta di un'indagine complessa è un eufemismo. Per tanti motivi. Che in questo momento non è saggio elencare. Possiamo fare solo delle considerazioni... ». Da dove inizia un'investigazione su un maxifurto di capolavori che ha mutilato l'arte italiana? In quale direzione si orienta? «In 99 casi su 100 opere di questo tipo vengono trafugate quando nei musei o nelle gallerie non c'è nessuno. Qui siamo di fronte a una rapina. Il che, da un punto di vista investigativo, può essere di aiuto», spiega la fonte. Per quale ragione? «Parti da un'indagine tradizionale. Rilievi scientifici, telecamere, esame dei testimoni». Due. La cassiera imbavagliata, e la guardia giurata che, sotto la minaccia delle armi, accompagna i tre uomini incappucciati e vestiti di nero nelle sale dove, in silenzio, per quasi un'ora, staccano i dipinti di Tintoretto, Rubens, Mantegna, Bellini, Pisanello. La banda sapeva dove e cosa cercare? Conosceva la numerazione precisa della "quadreria" da trafugare o ha preso nel mucchio? «Restiamo sul furto. In questi casi spiega l'investigatore è chiaro che vai subito ad analizzare le anomalie». Ce n'è una che parla. Il sistema di allarme del museo. Viene inserito, normalmente, alle 20. Dopo il "cambio della guardia" tra il personale comunale e gli addetti della società di vigilanza privata. Se l'allarme non viene inserito, il protocollo prevede che alle 20.10 scatti in automatico una segnalazione alla centrale operativa. Cosa che non è avvenuta. Perché? La banda è stata così abile da disinserire i sistemi di sorveglianza e "azzerare" il protocollo? Aveva una talpa? Poi i ladri. La tipologia. Continua la fonte: «In questi casi in pochi pensano al gruppo di malviventi che tentano il jolly alla lotteria. Se stacchi una tela del 1500 e non vuoi danneggiarla devi saperlo fare. Non la metti in un bagagliaio con l'umidità. Non la porti via alla bell'e meglio ». Bisogna immaginare, per capire il tipo di indagine, un bivio: da una parte le ricerche dei ladri, dall'altra le ricerche dei ricettatori, o "mandanti". Che, quasi certamente, attendevano al caldo l'esito della rapina. «Il mercato "parallelo" dell'arte è un ginepraio. È lì è solo lì che possono finire queste opere. Non alle aste, non in un museo, non in una galleria. Per smascherare la banda e il "mandante" può bastare una perizia. Un esperto o un mediatore che vende la "soffiata" tra un passaggio e l'altro del quadro. Muovendosi, il ricettatore, l'errore lo fa». E quindi? «Più probabile pensare a un privato danaroso e senza scrupoli». Che sia uno sceicco arabo, un magnate russo, un collezionista italiano poco cambia. O forse si. «Se la banda riesce o è già riuscita a portare le opere all'estero, ha un vantaggio in più. Per questo non possiamo perdere nemmeno un minuto ».
VERONA. Dalla talpa ai mandanti i misteri del furto di Verona "Ma i ladri si tradiranno"
Un gruppo di ladri ha rapito 17 quadri di artisti italiani, tra cui Tintoretto, Rubens e Mantegna, dal Museo di Castelvecchio di Verona. L'indagine è in corso e il detective che lavora al caso è convinto che il furto sia stato organizzato e che ci sia un "mandante" che attende l'esito della rapina. L'indagine inizia con ricerche sui ladri e sui loro metodi, ma il detective pensa che sia più probabile che ci sia un ricettatore che sta cercando di vendere le opere d'arte sul mercato "parallelo". Il detective pensa che il caso sia complicato e che non si possa perdere un minuto per smascherare la banda e il "mandante".
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