Sono rifugi. Dimore per senza casa, a volte. Come per l'uomo che al secondo piano della struttura d'acciaio mangiata dal tempo e dalla ruggine in via Durando, zona Bovisa, ha sistemato una tenda. Altrove sono coperte, cartoni, materassi, fornelletti, vecchi mobili allestiti in larghi spazi di cemento armato grezzo. Come in via Amidani, alla confluenza tra via Ripamonti e Virgilio Ferrari; vent'anni fa avrebbero dovuto diventare uffici e sono invece, ancor oggi, costruzioni incompiute; un complesso di cinque stabili che ospitano gruppi di immigrati che si svegliano all'alba per andare a lavorare: impieghi in nero e abitazioni «incognite»; là dentro vivono anche alcuni spacciatori; e un uomo, Fabio Aloisi, 37 anni, di Opera, in quello spazio abbandonato è morto. Era il 13 ottobre, il suo cadavere è stato trovato sul fondo della tromba di un ascensore mai installato; non si sa se sia caduto o se qualcuno l'abbia spinto giù, forse era andato a comprare droga. Potrebbe anche esser precipitato per sbaglio, perché non ci sono finestre, pareti, corrimano, pavimenti, impianti. Al buio si può sbagliare un movimento; si può inciampare e morire, se ci si muove nella città degli scheletri. Dell'edilizia disastrata: costruzioni finite e lasciate in abbandono; costruzioni mai completate e rimaste sospese. Sono 180, tutti stabili privati, secondo l'ultima mappatura fatta dal Comune. C'è una Milano nuova di grattacieli. E c'è la città della decadenza. Il fotografo Alessandro Ummarino l'ha percorsa, studiata, inquadrata nel suo obiettivo; l'ha fatto nelle settimane scorse, quando su Milano si stendeva ancora la luce del sole di un'estate più lunga del normale. Quel sole che in un pomeriggio della scorsa settimana metteva in risalto il contrasto forse più evidente tra le due città che convivono, una accostata all'altra. Scendendo in auto lungo via Sordello, che collega la propaggine più a sud della zona Mecenate e le nuove costruzioni di Santa Giulia, si staglia in lontananza, oltre i binari allineati della stazione Rogoredo, un enorme scheletro di colonne e solette di cemento armato. Avvicinandosi, oltrepassata la ferrovia, all'incrocio tra via Boncompagni e via Lacaita, la facciata di mattoni bruni di una palazzina residenziale, con i fiori sui balconi, spicca sul fondale di un panorama che sembra bombardato (è la foto grande, in alto, in questa pagina). La mappa della decadenza è costruita per concentrazioni; le presenze di stabili abbandonati si addensano soprattutto a nord, dalla Bovisa a Villapizzone, e a sud, nel quadrante tra Mecenate e Ripamonti. Eredità della città produttiva, industriale, di piccole fabbriche e capannoni mai riconvertiti. E poi lo sfregio dell'edilizia piratesca degli anni Ottanta e Novanta, le imprese di palazzinari falliti, poco trasparenti, spalleggiati da una politica che concesse licenza di deturpazione a chi ha piantato nella città i mostri che oggi costa troppo demolire, ristrutturare, riqualificare. Alcuni tra i nuovi proprietari (tutte società) per evitare le occupazioni pagano oggi guardiani privati. La città degli scheletri ha la sua vigilanza fissa.
Milano. Ecomostri. Gli scheletri dei palazzi incompiuti e dimenticati dove miseria e solitudine incontrano la cronaca nera
La città di Milano è divisa in due mondi: una Milano nuova di grattacieli e una Milano vecchia di edifici abbandonati. La seconda è costituita da 180 stabili privati, costruiti negli anni '80 e '90, che sono stati lasciati in abbandono. Questi edifici sono stati costruiti per ospitare gruppi di immigrati che lavorano in nero e vivono in condizioni precarie. Alcuni di questi edifici sono stati abbandonati e sono stati trasformati in spazi per la vita notturna, come i bar e i club. La città degli scheletri è anche un luogo di morte, come il caso di Fabio Aloisi, che è morto in un edificio abbandonato.
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