Ero appena tornato da Parigi quando ho appreso della «mattanza» che venerdì sera aveva colpito i parigini e l'intera comunità internazionale. Tuttavia, riflettendo, sconvolto come tanti, sulle conseguenze di quell'immane tragedia, non ho potuto non pensare alla mia città e alla mia regione, entrambe costrette da qualche tempo, sebbene per eventi, situazioni, conseguenze e motivi diversi, in una condizione non meno drammatica e preoccupante. Poi ho appreso delle reazioni dei parigini all'indomani di quei tragici eventi, della loro volontà di non farsi condizionare dalla paura e di continuare a vivere la propria vita d'ogni giorno, forti della convinzione che, grazie alla ferma consapevolezza della propria identità civile e culturale, avrebbero vinto terrore e morte. E allora, facendo il confronto con la realtà della mia città e sapendo che in questi giorni avrebbe formalmente assunto la direzione di Capodimonte, ho pensato di riflesso all'immane compito che attende di qui Sylvain Bellenger. Non conosco Bellenger se non per sentito dire (il che spesso è insufficiente o fuorviante). Ma sono certo che, da francese qual è, sappia bene che la grande risorsa della gente di Parigi e della Francia tutta, per superare i momenti più drammatici della sua storia, è sempre consistita nel riconoscersi quale comunità unita nella difesa sia dei tradizionali valori di libertà, uguaglianza e fraternità, sia di cultura e civiltà. Valori, questi, acquisiti dall'amore per i suoi monumenti, i suoi tesori di storia e d'arte conservati nei musei e nelle biblioteche, il suo immenso patrimonio di musica e letteratura, di cinema e teatro, di ieri come di oggi. Che, invece, da qualche tempo, a me con grande amarezza sembra manchi, con buona pace di politici e amministratori, a noi campani e a noi napoletani in particolare. Ed è questa realtà che, al di là del suo dichiarato amore per Capodimonte e per Napoli o delle sue attese proposte strategiche per il rilancio di uno dei più prestigiosi musei europei, potrà rendere il compito di Bellenger ben più arduo e complesso del prevedibile. Certo, ben a conoscenza che la gestione di un museo italiano, seppur dotato di recente autonomia, reale o presunta, è cosa ben diversa da quella dei musei americani, per lo più privatizzati, o di alcuni dei maggiori musei di Parigi, Londra o Madrid, Bellenger ha idee e progetti validi per affrontare e risolvere, pur in presenza di norme gestionali rimaste inalterate e vincolanti, le gravi carenze o inefficienze da qualche tempo interne al museo. Così come immagino sappia che nell'attuale realtà sociale ed economica di Napoli e della Campania non sarà facile avvalersi della collaborazione del «privato», come delle risorse regionali o, peggio, comunali. In più, sono certo sia ben consapevole che il rilancio di Capodimonte non può prescindere, per vicende di storia e per realtà patrimoniale, da costanti contatti con altri musei napoletani, come da altri luoghi di storia e d'arte presenti sul territorio. Né d'altra parte è pensabile che possa consistere nello sviluppare nuove strategie di marketing, che, mirando a un incremento di visitatori e risorse finanziarie disponibili, nel ricorrere a cerimonie e feste mondane nelle sale di esposizione delle raccolte d'arte, garantendo «ricchi premi e cotillons». Perché, proprio riflettendo sulle reazioni dei parigini dopo la tragedia, quel che vorremmo da Bellenger per Capodimonte è che, pur con le sue nuove «strategie di marketing», prima di tutto restituisca Capodimonte ai napoletani. Così da consentire di riconoscere nei suoi tesori di storia e d'arte non solo le tante testimonianze di luminose stagioni passate, ma anche e soprattutto gli strumenti indispensabili per recuperare occasioni e momenti di rinnovata cultura e di ritrovata convivenza civile.