Va bene le pedane, i pannelli frangivento e i grandi ombrelloni quadrati, ma i teli in plastica, con cui diciannove gestori della movida hanno sigillato i loro dehors unendo coperture e barriere antivento, sono per la Procura un abuso edilizio, che trasformano le strutture mobili in gazebo per cui erano necessari permessi a costruire. Per questo il sostituto procuratore Mariacarmela Polito ha firmato il decreto di citazione diretta che fa scattare il processo per i titolari dei locali. Gli abusi sarebbero stati commessi due inverni fa. Tra il dicembre del 2013 e il gennaio 2014 i controlli della polizia giudiziaria arrivarono in tutti i locali cittadini, concentrandosi sulle aree all'aperto dove erano stati collocati sedie e tavolini. Per renderle utilizzabili anche con le temperature fredde, alcuni gestori avevano utilizzato teli in plastica trasparente, che agganciavano gli ombrelloni alle paratie impedendo così il passaggio del vento. Proprio questo stratagemma, secondo il magistrato, fa cambiare i connotati dei dehors, trasformandoli da strutture amovibili in abusi edilizi. Una tesi non condivisa dal Tribunale del Riesame, che un anno fa, esprimendosi sulla richiesta di sequestro, ha ritenuto che quelle barriere non fossero tali da imporre la necessità di un permesso a costruire. La Procura però è andata avanti, e dopo l'avviso di conclusione delle indagini ha disposto la citazione a giudizio. A dover affrontare un processo sono Pasquale Abate per il bar "Black Bull" di via Posidonia, Marco Di Pasquale per "Il Giardino degli Dei" a via Trento, Bruno Cosma per la "Caffetteria 2000" a via Trento, Maria Autuori per il ristorante "Il Conte Andrea" a via Roma, Gennaro Flauti per il ristorante "Santa Lucia" a via Roma, Mariano Salvato per la paninoteca "Via vai" di via Roma, Paola Monica Avallone per il ristorante "Vinagre" a via Roma, Domenico Cioffi per il ristorante "Mimmo e Lucio" a via Roma, Fabio Morrone per il locale "What's up" a via Roma, Virginia Maria Manzione per il ristorante "Quasi in porto" a via Pertini, Raffaele Cosimo Carrozzo per il ristorante "La cantina del feudo" a via Velia, Nastassya Tammaro per il "City wine bar", Luca Avallone e Nabil Shili per il ristorante "Lampara" in largo Antica Corte, Silvio Tegolo per il ristorante Galeon a via Roma, Generoso Russo per il bar "Santa Lucia" e "Il ristorante del Centro storico" a via Rona, Rosa D'Amato per il bar "Via Roma 242" a via Roma, Giuseppe Romano per il "Cafè del mar" a lungomare Colombo, Iolanda Desiderio per il ristorante "L'Oasi" a lungomare Colombo. Sono tutti accusati di avere ampliato i volumi delle loro attività senza avere richiesto il permesso a costruire, realizzando "a tutti gli effetti interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale". Ai gestori del centro, "ubicati in zona sottoposta a vincolo storico-culturale" è contestata anche l'assenza del nulla osta della Soprintendenza, che per i locali del Lungomare avrebbe dovuto esprimersi pure sul profilo paesaggistico. Il processo inizierà il prossimo ottobre, quando Comune e Soprintendenza potranno costituirsi parte civile per il risarcimento del danno e gli avvocati degli imputati (nel collegio Antonio Boffa, Giovanni Falci, Michele Sarno, Alberto Surmonte) tracceranno le linee difensive.