Il Tar dà torto al Comune che aveva ingiunto al curatore fallimentare di mettere in sicurezza l'ex gioiello del Rinascimento, lasciato andare in rovina PRATO. A otto mesi dalla fine del processo sul danneggiamento della Fattoria Medicea delle Cascine di Tavola (e a otto anni dall'inizio dell'inchiesta) nessuno sa ancora chi dovrebbe prendersi cura di un gioiello (sarebbe meglio dire ex gioiello) del Rinascimento. È questo il senso della sentenza con la quale il Tribunale amministrativo regionale ha accolto il ricorso del curatore fallimentare della Società Fattoria Medicea srl, Fabio Tempestini, contro l'ordinanza del Comune di Prato che, dichiarando inagibile il complesso edilizio, ingiungeva al curatore di ripristinare le condizioni di sicurezza. Quell'atto dell'ottobre 2014, seppur tardivo, sembrava dotato di buon senso ma i giudici amministrativi hanno deciso diversamente e hanno dato ragione al curatore che sostanzialmente ha eccepito due cose, e cioè che non a lui ma alla proprietà doveva essere notificata quell'ordinanza, e che comunque non aveva risorse sufficienti, dando la disponibilità a provvedere in seguito coi futuri ricavi (se ci saranno) dell'attivo fallimentare. Probabilmente il Tar ha ragione sul piano formale, ma questo non toglie il senso di amarezza per una vicenda nella quale c'è una "vittima", la fattoria voluta da Lorenzo il Magnifico, e mai nessun colpevole, se si eccettua l'ultimo amministratore della società proprietaria, quel Gianni Fabbrani condannato a sette mesi di arresto (pena sospesa) lo scorso 5 febbraio. Un solo colpevole per la giustizia penale, ma tanti responsabili morali per chi in questi anni ha seguito il lento declino della fattoria, che i privati volevano spezzettare in tanti mini-appartamenti prima di essere bloccati dalla magistratura. Nelle carte del processo a Fabbrani qualche responsabilità morale è emersa, per esempio a carico della Soprintendenza ai beni architettonici di Firenze, Prato e Pistoia. Basti ricordare quanto accaduto il 16 febbraio 2011, quando davanti al sostituto procuratore Laura Canovai, titolare dell'inchiesta, si presentò la soprintendente Alessandra Marino, convocata dal magistrato, e le venne chiesto se e quando fosse stato intimato ai privati di provvedere alla tutela della Fattoria. La risposta della soprintendente ("Ieri") fece capire alla Procura che fino a quel momento nulla si era mosso, nonostante i ripetuti allarmi lanciati da Italia Nostra, Legambiente e dal Comune di Prato sul degrado dell'immobile. Nel corso delle indagini preliminari era stata archiviata, ma solo per intervenuta prescrizione, la posizione della precedente soprintendente e di un funzionario comunale, che rischiavano un'ammenda. La verità è che i privati non hanno mai voluto o potuto evitare che la Fattoria cadesse a pezzi e lo Stato, che avrebbe dovuto sostituirsi ai privati per evitare il disastro, non lo ha fatto. Ciò nonostante il Comune dovrà pagare 3.000 euro di spese legali per quell'ordinanza ora annullata.