CHIUSE in deposito per 20 anni. Fino al 1995 erano le "star d'ingresso" nell'atrio del Museo archeologico. Poi, la scelta di tenerle stipate nel caveau dell'edificio, nascoste agli sguardi di visitatori e turisti. Oggi tornano a splendere all'interno della passeggiata museale: 90 opere di epoca romana, tra statue, busti, lastre e rilievi, sfilano in bella mostra nel giardino settentrionale dell'ex Palazzo degli Studi. Provengono dai siti archeologici di Ercolano, Pompei, Cuma, Pozzuoli, Baia e sono raccolte in una speciale teca di vetro e plexiglas, antisismica e con basi in acciaio, lunga venti metri, larga sei. L'iniziativa rientra nel piano ministeriale "Beni culturali invisibili". Il risultato è frutto di una sinergia tra pubblico e privato con la fondazione Telecom Italia, diretta da Marcella Logli, che ha finanziato il progetto partenopeo per 320 mila euro. L'esposizione, ideata e curata dall'ex direttrice Valeria Sampaolo, costituisce la prima iniziativa dell'Archeologico con la nuova guida di Paolo Giulierini. «Questo evento - dice - è frutto di un enorme lavoro iniziato cinque anni fa. Mio solo l'incarico e l'onore istituzionale di presentarlo». Il neo direttore annuncia anche la riapertura della sezione egizia (chiusa da anni) entro marzo. Non solo: «Continua la ristrutturazione del braccio nuovo del museo - conclude Giulierini - Sarà completato entro il 2017». L'area diventerà un polo culturale con laboratori, una biblioteca e un bar. Nel frattempo, le opere "invisibili" tornate alla ribalta, incantano già visitatori e turisti. Al momento non è possibile entrare nella loro gabbia trasparente, ma si pensa ad una visita ad hoc, guidata dal personale. Nell'atrio è presente una postazione video, per guardare l'interno della teca, orientando e zoomando sui reperti con una speciale videocamera. Le sculture esposte raccontano lo splendore della Campania di venti secoli fa. Dai busti di imperatori e dei, a un ritratto di Eracle, della musa Urania, di Artemide, fino al busto di Menelao e alla silhouette di un'ancheggiante Venere. Volti e corpi idealizzati, secondo i canoni di allora, ma anche così realistici. Basta guardare il profilo di una fanciulla coperta di veli: le sue braccia sembrano coprirne timidamente lo sguardo e il ventre. Più in là, due statue posano a mo' di "selfie", abbracciate, con un accenno di sorriso. Sono Oreste ed Elettra. Fermi come in un autoscatto, fatto di marmo e di gesso.