Il padre nobile dei Girotondi chiude un'esperienza di insegnamento di 47 anni "Negli ultimi cinque anni ho assistito a una voluta e terribile riduzione dei fondi" AMARO, nostalgico, ma anche divertito e lucido. Il saluto di Paul Ginsborg all'Università di Firenze racchiude un'esperienza d'insegnamento lunga 47 anni, iniziata prima al Churcill College di Cambridge e poi approdata in Toscana. Profondo conoscitore della storia contemporanea, Ginsborg andrà in pensione dal primo novembre, all'età di 70 anni. Nell'ateneo fiorentino ha insegnato a Lettere e poi al Sagas, il Dipartimento di Storia, archeologia, geografia, arte e spettacolo. E' considerato il padre nobile dei Girotondi, il movimento nato nel 2002 contro la politica berlusconiana, quella delle leggi 'ad personam' e della Rai 'pilotata'. Furono in centinaia di migliaia le persone che scesero in piazza, animate anche dalla volontà di scuotere una sinistra addormentata. Professor Ginsborg, che effetto le fa dire addio all'Università? «Dopo così tanti anni d'insegnamento penso che sia arrivata l'ora di salutare i miei studenti. Lascio un ambiente in cui è sempre esistita una catena di connessioni molto speciale. In questi anni ho incontrato studenti brillanti e pieni di passione, più di uno con la voglia di imparare davvero a diventare un intellettuale. Ecco, sono loro che mi mancheranno di più». Cos'è che non va nell'Università oggi? «Negli ultimi anni ho visto l'Università cambiare in peggio. I governi di destra ma, mi duole dirlo, anche quelli di sinistra, non hanno riconosciuto l'importanza dell'Università statale. Negli ultimi cinque anni ho assistito a una terribile, voluta e pianificata riduzione dei fondi e di personale. Simultaneamente c'è stata una grande apertura ai cosiddetti centri di eccellenza, che alle volte tanto eccellenti non sono. L'Università statale è un bene pubblico e non si possono ignorare le sue necessità. Il dramma più grande riguarda i ricercatori: i giovani studiosi sono tagliati fuori. Senza esagerazione possiamo parlare di un'intera generazione falcidiata ». Renzi ha annunciato l'assunzione di 500 professori universitari e 55 milioni di euro per il reclutamento di mille ricercatori. Cosa ne pensa? «Io ritengo che serva un piano d'investimento studiato e accurato. Non vorrei che questa fosse una 'renzata', per cui vengono sparati i numeri e poi la realtà si rivela un'altra. Gli interventi pubblicitari non servono ». Che consiglio si sente di dare al professor Luigi Dei, che dal primo novembre sarà il nuovo rettore dell'Università di Firenze? «L'Università del futuro che ho in mente dovrebbe essere piena di giovani ricercatori e professori. Accade spesso che chi va in pensione, come nel mio caso, non venga rimpiazzato da un nuovo collega preparato, ma semplicemente si aumenta il carico di lavoro per chi c'è già. Per questo serve un reclutamento di giovani brillanti che deve avvenire sulla base del merito e attraverso concorsi ultra trasparenti». C'è qualche episodio di vita universitaria che ricorda con il sorriso? «Sono stati tanti i momenti di spensieratezza, oserei dire d'ilarità. Ricordo quando entrai nell'aula magna di Palazzo Fenzi, in via San Gallo. C'erano tantissimi studenti ed essendo l'italiano la mia seconda lingua, ero titubante. Mi hanno fatto sentire subito a casa. Il mio rapporto incerto con l'italiano è continuato: una volta ho chiesto ai ragazzi di portarmi 'la testa di Gramsci' invece del 'testo', oppure è capitato che parlassi di contadini ungheresi 'armati di forchette' anziché di 'forconi'. Ma quello che ricordo con più nostalgia sono i seminari, nei quali gli studenti portavano il proprio contributo e che finivano sempre con una cena in pizzeria tutti insieme». E ora che cosa farà? «Negli ultimi mesi ho sperimentato cos'è l'ozio, ma a dire il vero l'ho trovato un disastro. Ho anche provato a sedermi su una panchina, ma non mi è piaciuto. Continuerò a scrivere e a cercare di dare il mio contributo alla società civile. Ora che ho 70 anni credo che sia necessaria una ripartenza e che serva combattere ancora molto per conquistare un'Italia più democratica e repubblicana».