Il suo canto del cigno ha il sapore di un congedo malinconico e carico di risentimento, l'ultima zampata simbolica rivolta a chi l'ha contrastato, sbertucciato, osteggiato. Il sindaco Marino prima di lasciare l'incarico che scade il 2 novembre vuole portare a compimento il progetto a lui forse più caro che, c'è da giurarci, tra una biciclettata e l'altra sarà il più ricordato. E cioè la pedonalizzazione totale dei Fori Imperiali: via pure i bus e i taxi. A questo punto gli archeologi della Capitale, gli addetti ai lavori, i vertici del Mibact ecc dovrebbero tributargli onore e gloria da qui all'eternità. Invece sulle spalle di Ignazio è caduto un gelo imbarazzante anche da quel mondo accademico che lo aveva sostenuto e ammirato per le sue scelte tempestive e irrevocabili. Pollice verso dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e anche da Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte, ex direttore della Scuola normale superiore di Pisa e attualmente presidente del Comitato Scientifico del Museo del Louvre. Settis si trova attualmente a Parigi, lo raggiungiamo telefonicamente. Dalla Ville Lumiere l'ultimo atto del sindaco dimissionario capitolino è ormai una foto sbiadita. Cosa pensa del gran finale di Marino? «Non c'è dubbio che si tratti di una mossa simbolica e mi dispiace che l'esperienza di Marino al Campidoglio sia finita così. Ho simpatia per lui, in fondo è un personaggio che ha cercato di restare fuori dai giochi stretti della politica. Però questo non-progetto di pedonalizzare i Fori Imperiali è inutile, considerato che tra qualche tempo arriverà qualcuno che lo capovolgerà e soprattutto perché non risolverà la questione dell'area archeologica» Come si dovrebbe agire? «L'unica soluzione è un vero progetto di integrazione urbana dell'area archeologica che tutto il mondo ci invidia. Non è colpa di questo o quel sindaco. Un pezzo di Roma che deve essere legato al resto della città come un qualcosa che sta in mezzo tra l'architettura del paesaggio e un progetto urbanistico. Ma da cinquant'anni a questa parte nessuno ha voluto affrontare la questione. In verità siamo in ritardo di alcuni secoli, manca un progetto complessivo» Chi dovrebbe pensarci? «Un architetto geniale in grado di sviluppare un piano organico che crei la sutura tra la città e il suo centro più antico. Non so se esiste questo genio ma se non si comincia a cercarlo non lo sapremo mai. Bisognerebbe, dunque, fare un concorso internazionale per grandi architetti del paesaggio e del paesaggio urbano. Marino, a onor del vero, aveva manifestato un certo interesse ma poi non è riuscito a concretizzare. Vorrei che al di là del difficile momento ci fosse un qualche sindaco, un qualche commissario, un qualche governo che si ponesse seriamente il problema dell'area archeologica centrale » Però qualcosa l'ha fatto e cioè ha pedonalizzato una parte dei Fori allontanando il traffico delle auto private dall'area archeologica «Resto dell'opinione che il problema dell'area archeologica centrale di Roma non si risolva né chiudendola né aprendola indiscriminatamente al traffico. Insomma limitarsi a toglierle le auto intorno non cambia la sostanza è soltanto un' illIusione. È mettere il carro davanti ai buoi». Il nostro patrimonio artistico è in affanno. I fondi per interventi di restauro, recupero, prevenzione non bastano mai. Ora però il Ministero ha stanziato 80 milioni per alcune Grandi Opere «Una bella notizia. Ci si deve sempre rallegrare quando ci sono dei soldi destinati alla cultura. Ma questa cifra è ben poco di fronte allo sfacelo. Di milioni ne servirebbero 800 l'anno, non 80 una tantum. Ma il grande errore sono le spese per il Colosseo». In che senso? «Finanziare un progetto che trasformi il Colosseo in un set per spettacoli è un vero spreco. Si trasmette ancora una volta il messaggio che i monumenti non servono a nulla, se non assumono un aspetto spettacolare. E si concentra di nuovo l'attenzione solo su alcuni luoghi simbolo, mentre altri, proprio a Roma, in questo momento, cadono a pezzi. La tradizione italiana della tutela, la più antica al mondo, attraversa una crisi gravissima».