Una storia millenaria conservata, nel tempo, dall'eruzione del 79 d.C., e distrutta dall'incapacità di preservarne l'aspetto fisico e promuoverne un'immagine positiva nel mondo. Pompei è la metafora di un'Italia distaccata dal proprio passato e dal patrimonio culturale accumulato nel tempo. Il libro del giornalista di Repubblica Francesco Erbani, "Pompei, Italia" (Feltrinelli, 14 euro), a partire dagli eventi disastrosi degli ultimi anni a Pompei (crolli, commissariamenti, cani randagi, scarsa manutenzione, mancata pianificazione) disegna un Paese che fatica a trovare un'identità, un senso di appartenenza territoriale, continuamente barbarizzato da speculazioni edilizie e distruzioni ambientali. Ecco, Pompei diventa specchio fedele di un popolo. Domani alle 17, presso Palazzo D'Avossa, a Salerno, il libro di Erbani verrà presentato grazie all'organizzazione di Italia Nostra, sezione di Salerno. Partecipano insieme all'autore Matilde Romito, Raffaella Di Leo, Vezio De Lucia, Pier Giovanni Guzzo, Giovanni Nistri e Massimo Osanna. Erbani, Pompei si conferma luogo di contraddizioni. Inevitabilmente lo è. Rappresenta l'area archeologica più importante in Italia e una delle più importanti al mondo. Pompei non è solo questo ma anche un luogo soggetto ad un governo che non è mai stato continuo nel corso degli anni. Rappresenta, per certi aspetti, la metafora della realtà italiana, un posto che dovrebbe comunicare tanto sapere e tanta bellezza. E invece è la sede di operazioni che poco hanno a che fare con la tutela del patrimonio. In parole povere, non c'è pianificazione nella tutela del sito? Esatto. Uno degli aspetti critici è che Pompei viene trattata sempre in casi di emergenza. Si è abbandonata quella cura costante che è l'unica a poter rallentare il degrado di una città non abitata e che però risulta soggetta a tutte le intemperie. Il Grande Progetto Pompei può essere una soluzione? È stato avviato con 105 milioni di euro dei fondi strutturali europei ma risponde ancora ad una logica emergenziale. Fermo restando la qualità dell'attuale sovrintendente Massimo Osanna e del direttore generale Giovanni Nistri, debbo dire però che il Grande Progetto è un'operazione che si occupa di restauri. Si faranno cinquantacinque interventi. E poi cosa succederà? Come si ritorna all'ordinario? Il problema è sempre la mancanza di pianificazione. Una programmazione si ebbe tra la fine degli anni '90 e i primi del 2000, quando fu avviata l'autonomia di Pompei. Nel giro di pochi anni si portò l'area di messa in sicurezza dal 13 ad oltre il 30 per cento dell'intera area archeologica. Poi lo stesso Ministero non credette più a quell'autonomia. Venne quindi la stagione dei commissari. Dei 105 milioni, ne sono stati spesi poco più di 5. Cosa accadrà adesso? La scadenza per l'impiego dei fondi doveva essere la fine del 2015. Ma è evidente che non sarà così. Se non dovessero riuscire a spenderli tutti, è probabile si andrà ad una proroga. La copertina del suo libro mostra un cane che urina. Una provocazione? È stata una scelta molto azzeccata da parte dell'editore. Quella del cave canem è una delle immagini simbolo di Pompei. Sulla copertina compie questo sberleffo. Un modo per introdurre il lettore alla percezione di una vicenda paradossale. Perché i governi italiani non riescono a salvaguardare il nostro patrimonio? C'è un atteggiamento di maltrattamento del nostro patrimonio artistico, che si legge nei dati di bilancio del Ministero dei Beni Cultuali, un bilancio il cui totale parla dello 0.19 per cento dell'intero bilancio statale. Pompei è anche ubicata in un territorio particolare. Direi di sì. Non è un museo ma una città che sta dentro un territorio tra i più difficili del paese. La zona vesuviana è tra le più densamente abitate in Europa, c'è un disagio sociale molto forte, criminalità camorristica, dove si sono perse tutte le regole costruttive da un punto di visa urbanistico. Dunque, il dialogo tra antico e moderno è fallito? Parliamo di un rapporto squilibrato come se il territorio circostante tendesse a spremere questa grande ricchezza in malo modo. La grande ricchezza di Pompei sta nei quasi 3 milioni di visitatori all'anno. Ma queste persone non si fermano in città. Visitano e poi partono. Per cui non resta nulla al territorio. C'è un violento assedio, intorno all'area archeologica, di bancarelle, posteggiatori, ristoratori. Ci si dimentica che il valore di un bene culturale non è quello monetario ma di trasmettere conoscenza. Il privato può aiutare lo Stato a preservare il patrimonio culturale? L'esempio di Ercolano dimostra che il pubblico- privato può funzionare. David Packard, finanziere americano, dal 2001 è presente ad Ercolano ed è presente in una maniera anomala rispetto all'idea che noi italiani ci siamo fatti del mecenatismo. Ho cercato di intervistarlo molte volte, ma lui non vuole comparire. A differenza di Della Valle che spende 125 milioni per il restauro del Colosseo e poi cerca un ritorno di visibilità fortissimo. Il Crescent a Salerno ha prodotto forti critiche. Quanto incide l'urbanistica moderna sul territorio? Quella del Crescent la trovo un'operazione speculativa, a prescindere dalla qualità dell'architettura. È solo un altro elemento di forte impatto paesaggistico, un oggetto di architettura che si impone in un contesto che non è in grado di accoglierlo. Rompe la percezione del paesaggio della Costiera Amalfitana vista da Salerno. A Pompei, la speculazione rischia di generare infiltrazioni camorristiche? Il consiglio comunale di Pompei è stato sciolto per infiltrazione. Il sovrintendente Pier Giovanni Guzzo nel libro parla di inquietanti presenze all'esterno del sito. L'occasione dei 105 milioni del Grande Progetto Pompei produce un rischio. Ma l'attività coordinata dal generale Nistri è riuscita a porre una barriera in questo senso. Si parla di un collegamento tra la Pompei Antica e un enorme parco archeologico della Valle del Sarno. Secondo lei è fattibile? Posso dire che il sito archeologico pompeiano deve aprirsi al territorio circostante. Tutti gli interventi che rendono questa realtà più dialogante sono opportuni. Uno degli effetti fondamentali di un bene culturale è proprio quello di essere generatore di un senso di cittadinanza e appartenenza.
Pompei metafora delle contraddizioni sui beni culturali
Il giornalista Francesco Erbani ha scritto un libro intitolato "Pompei, Italia" che descrive la città di Pompei come un simbolo della realtà italiana, con problemi di identità, mancanza di pianificazione e distruzione ambientale. Il libro esamina le condizioni di degrado della città, la mancanza di cura costante e la scarsa tutela del patrimonio culturale. Erbani sostiene che il Grande Progetto Pompei, avviato con 105 milioni di euro, è un'operazione emergenziale che non risponde a una logica di pianificazione. Il libro presenta anche l'esempio di Ercolano, dove il privato ha aiutato lo Stato a preservare il patrimonio culturale.
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