«OGGI? No, oggi non ce l'ho fatta. Ma di solito prendo e mi butto, senza la muta. Ora che l'acqua comincia a rinfrescare, meglio. È una sensazione irrinunciabile». Antonio Capuano, regista, pittore, autore teatrale, è rimasto uno a cui piace nuotare controcorrente. E giocare. Anche se - come capita a chi detesta prendersi troppo sul serio - coltiva passioni e mestiere con un rigore che non fa sconti. Lo stesso con cui guarda alla città, alla politica. La stessa brusca e poetica essenzialità che attraversa il suo cinema, dal primo profetico "Vito e gli altri", all'ultimo "Bagnoli Jungle" , il film passato alla Settimana della Critica, al Lido, e che domani torna in sala (La Perla, 20.30, con il cast). Capuano, lei è considerato uno che si tuffa ogni volta: outsider intransigente, eterno debuttante. Le corrisponde questa icona? «Non lo so, ma mi affascina il "tuffatore di Paestum". In generale penso che nel cinema italiano ci sarebbe bisogno di più allegria e più rigore. Questo è fondamentale, una specie di ricetta per me. Tanti mancano di leggerezza e allo stesso tempo di rigore. In compenso, si prendono molto sul serio. Io mi avvicino al cinema come a un'esperienza operaia. Lascio che gli altri volino così in alto, ormai il cielo è ingombro». Nel suo ultimo film, mette tre generazioni a confronto nel deserto impietoso di Bagnoli. Intanto il governo commissaria tutto per incapacità reiterata (anche) degli enti locali. «Trovo comprensibile che ci abbiano detto "Cari napoletani, levatevi di mezzo". Sì, vi siete mangiati tempo, soldi, anime, speranze, distrutto generazioni. Come fai a dargli torto? Non che i governi nazionali non abbiano mancato tutti i loro impegni. Io sarei propenso a chiamare uno svedese, pensi un po'. E freghiamocene delle levate di scudi. Almeno sui musei hanno cominciato a farlo. Aria nuova». Torniamo a Bagnoli. Ha a disposizione un effetto speciale, la trasformi. «Io non mi sposto da lì: tanto verde, centoventi milioni di alberi. Certo, sotto le fronde, un bel chiosco. Invece vorranno fare buchi, che poi non sanno come riempire». Però: neanche un bed breakfast? «Già darebbe fastidio, uno va a dormire sulla spiaggia. So che è utopistico. Il guaio è che ormai non i grandi industriali, ma la gente, noi cittadini, detestiamo il verde, lo temiamo addirittura: maledetti alberi, perché ormai cadono, capito? È colpa loro. Io scantono nella miracolistica, si può fare solo un grande effetto speciale: la foresta. Invece, vogliono fare gli Studios, che incoscienza, lo conoscono il cinema?». Ce l'ha con quell'idea del Comune? «Col nostro sindaco, certo. Ma de Magistris si è rivelato un tronfio, uno che sembra estraneo, come dire? ...sempre fuori parte». Lei lo aveva votato. «Sì, assolutamente». Poi, mesi fa, accolse con favore l'indiscrezione sul ritorno di Bassolino. Ma non pensa, come Maurizio Braucci e tanti altri, che il passato non dovrebbe ripresentarsi? «Siamo seri: il passato non torna mai. Mi sono stufato dei luoghi comuni, è un concetto che non c'è, lasciamole dire a Brunetta queste banalità. A mia memoria, Bassolino è stato il miglior sindaco della città, e non sono un ragazzo, ne ho visti. Ha una seria esperienza amministrativa, politica, di relazioni. Perché non dovrei fidarmi?». Ma il suo ritorno non è anche l'altra faccia di un Pd inadeguato, di una politica spenta? «Questo grande deficit, purtroppo, non è di Napoli e non è solo del Pd. Siamo in queste condizioni. Mediocrità e incapacità diffuse. Con una visione di grande città che si ferma a eterna fiera gastronomica. Posso fare un esempio? Natale scorso: in piazza dei Martiri lo slittino di Babbo Natale, la tombolata, le bancarelle. Pazzesco, penso. Scusate, almeno con Bassolino mi ricordo l'emozione di Kapoor, delle mostre memorabili. Lo so, c'erano più soldi. Ma c'era soprattutto un'altra idea». E De Luca? Cosa chiederebbe per la nuova Film Commission? «Poche idee ma chiare, e uomini o donne che sappiano portarle avanti. Gli ultimi anni sono stati una delusione. Quanto a De Luca, non mi è simpatico lo sceriffo che è in lui, però Salerno l'ha trasformata. E poi, in un contesto dove l'estetica del camorrista, anzi di Gomorra, dilaga a ogni livello, forse ci vuole uno dai modi spicci?». Nelle esemplari note di regia di "Bagnoli Jungle", lei racconta ironico delle "palle al piede" del suo cinema. Quali sono quelle della città: anche l'estetica dell'illegalita diffusa? «Sì, sono costruite anche da chi dovrebbe avere un pensiero più aperto, vitale e fresco sulla città. Io ho molto amato "Gomorra", il libro. Ma il dolore che c'è in quelle pagine, come lo rendi in una serie tv? A Scampia, alla Sanità, ci sono un sacco di persone che faticano e col sorriso, vanno ad aprire negozi, a fare le notti. Le raccontiamo ?». Lo ha anche scritto, questo film, giusto? «E certo. L'ho scritto, si chiama "I ragazzi che lavorano". Perché cazzarola, ci sono a Napoli i ragazzi che lavorano».