Uomini e donne di pietra che hanno 5mila anni e che ancora ti parlano in un linguaggio modernissimo. Sono le Statue Stele della Lunigiana per le quali è stato riaperto quest'estate il museo al Castello del Piagnaro a Pontremoli, diretto dall'archeologo Angelo Ghiretti, con un nuovo brillante allestimento che ha sostituito quello pionieristico realizzato nel 1975 da Augusto Cesare Ambrosi, studioso lunigianese che insieme ad altre personalità della zona aveva imposto quei reperti archeologici all'attenzione generale. L'inaugurazione del '75 fu considerata così importante che vide la presenza dell'allora ministro dei beni culturali Giovanni Spadolini. Quella di quest'anno ha riaperto un mondo lontano nella storia ma accessibile a ogni tipo di visitatore grazie alle tecnologie più moderne con una sala video, una sala con alcune copie che si possono toccare e schermi che raccontano la storia dei rinvenimenti delle stele intrecciata a quella degli abitanti della Lunigiana narrata con la voce e il volto dell'attore e regista Gigi Dall'Aglio. Dagli anni Settanta ad oggi ci sono stati altri ritrovamenti molto importanti per cui si rendeva necessario trovare altro spazio ed ecco che l'area recuperata all'interno del castello a disposizione del museo ora è quasi il doppio. Il compito del nuovo allestimento è stato affidato alla Canali associati di Parma: Guido Canali è uno specialista nel rivitalizzare spazi espositivi, come il Santa Maria della Scala a Siena o il Museo del Duomo di Milano. Al Castello del Piagnaro (si chiama così per le piagne, le lastre di ardesia con cui è ricoperto il tetto che venivano ricavate da una cava vicina) la prima sensazione per il visitatore che cammina su un pavimento di legno è quella di trovarsi all'interno di un santuario di pietra. Di pietra viva infatti sono le pareti del castello medievale e di pietra sono i suoi muti abitanti: le stele sono lastre di arenaria scolpite in epoca preistorica con forme umane. Sono di diverse altezze, alcune superano il metro e mezzo, molte sono integre, altre sono senza testa. Nel nuovo allestimento emergono improvvisamente dal buio appena giri l'angolo oppure ti appaiono come in parata, allineate e sapientemente lambite dalle luci: all'illuminazione ha lavorato anche un assistente del premio Oscar Vittorio Storaro. Non si può non restare affascinati dalla loro potenza che si è conservata intatta, impossibile sfuggire alla loro forza magnetica. Le stele ti appaiono misteriose e nello stesso tempo vicine, senti che ti appartengono, che parlano di te e di un destino comune che lega gli uomini di ogni tempo. In quel mondo lontano ognuno ha il suo ruolo: i maschi portano il pugnale, in qualche caso anche un'ascia simile a quella trovata accanto a Otzi, la mummia di Similaun; le donne invece hanno le mani appoggiate in grembo e hanno seni ben modellati, alcune con i capezzoli disegnati, al collo spesso hanno goliere formate da tanti anelli come quelli che usano ancora certe donne africane, c'è persino qualche traccia di orecchino. «Sono 82 le statue stele ritrova. te fino ad ora in Lunigiana nella zona del bacino del fiume Magra spiega il direttore Angelo Ghiretti metà sono qui al museo di Pontremoli, l'altra metà è quasi tutta al Castello di San Giorgio a La Spezia dove sono state portate dai primi storici che le hanno studiate, Ubaldo e Romolo Formentini. Altre stele sono a Casola e a Genova Pegli. Sono state catalogate in tre diversi gruppi: quelle del gruppo A sono le più antiche, hanno la testa appena abbozzata divisa dal corpo dalla linea clavicolare da cui partono le braccia; quelle del gruppo B sono le più numerose, la testa è staccata dal tronco ed è a forma di mezzaluna, i particolari sono più curati. Tutti e due questi gruppi sono databili tra il 2900 e il 2400 avanti Cristo in piena età del rame. Poi c'è un salto di un millennio ed ecco che compaiono nuove stele (quelle classificate come gruppo C) con caratteristiche diverse: sono soltanto uomini e sono armati, non si offrono più a una visione frontale ma sono lavorate a tutto tondo. Siamo ormai nell'età del ferro nell'epoca in cui il territorio era abitato dai celto-liguri come indica una iscrizione in alfabeto etrusco di Chiusi». La prima ad essere trovata e identificata fu a Zignago in val di Vara, provincia di La Spezia, nel 1827. «Ma spiega Ghiretti c'è un documento notarile datato 1470 che parla di una lastra di pietra incisa con forme umane indicata come termine di confine per decidere una controversia tra i Malaspina e i fiorentini. Spesso i ritrovamenti sono stati casuali: mentre si arava un campo o scavando per realizzare un garage. Ma la scoperta forse più sensazionale fu a Pontevecchio di Fivizzano nel 1905 quando furono rinvenute nove statue dissodando un castagneto: sono le uniche trovate ancora in piedi nel loro luogo originale». Altro rinvenimento importante nel 2000 a Groppoli quando in una trincea dell'Enel davanti al bar del paese sotto gli occhi di tutti vennero alla luce due statue stele: si fermarono i lavori, intervenne la Soprintendenza e nel corso degli anni fino al 2005 furono trovati due esemplari maschili, cinque femminili e un piccolo frammento di testa. Sono quelle esposte oggi nella sala più bella del museo. Il Museo delle Statue Stele del Castello del Piagnaro è uno dei pochi "musei virtuosi" della Toscana. Virtuoso perché è visitato da un flusso ininterrotto di persone. «Già nel vecchio museo avevamo 13mila presenze l'anno spiega il direttore Angelo Ghiretti nei primi due mesi dalla riapertura del 29 giugno abbiamo avuto 5mila visitatori». «Ma continua non possiamo fermarci a questo. I musei vivono di ricerca altrimenti diventano dei fossili. Le statue stele non hanno finora svelato il loro mistero. Quando mi si interroga sul significato e sul ruolo che avevano queste statue al loro tempo io mi devo fermare. Non posso riscrivere sempre le stesse cose, attenermi alle vecchie ipotesi. Bisogna fare uno scavo scientifico per dire davvero qualcosa di sicuro. E per questo non occorrono grandi finanziamenti. Bastano 10-15mila euro e due o tre archeologi al lavoro. Andare a vedere nel sito di Pontevecchio l'unico in cui sono state trovate le stele tutte in fila come si trovavano all'origine: là c'è ancora lo strato di terra nel quale erano piantate e che, stando dalle descrizioni che hanno fatto ai tempi del ritrovamento, era uno strato nero, untuoso e grasso come il burro. Bisogna andare là, sistemare un grande lavatoio, un setacciatore, dividere il sito in quadrati secondo gli assi cartesiani e passare al setaccio quello che si trova. Da lì si potrebbe riuscire a capire che cosa facevano davanti a quelle statue. Sistemavano i cadaveri in un punto e poi riprendevano le ossa e le sistemavano con un altro rituale da un'altra parte? Le stele raffiguravano chi li aveva preceduti e rappresentavano l'intera comunità, di uomini, donne e bambini?». Fino ad ora si è visto che le stele venivano erette nelle confluenze dei corsi d'acqua, in punti di passaggio, a fondovalle, ma anche in aree dominanti. «Immaginiamo di camminare nella Lunigiana di 5mila anni fa dice il direttore e di trovarci davanti queste statue che dovevano sembrare come dei pugnali conficcati nel terreno. Erano un monito per chi si avvicinava, un avvertimento. Riuscire a scoprire qualcosa di più sarebbe una sfida affascinante». I luoghi in cui erano state erette erano luoghi sacri e tali sono rimasti dalla preistoria alla cristianità. Dove si riunivano per i loro rituali gli uomini della preistoria oggi magari si celebra messa. E spesso le stele sono state abbattute, disperse, sotterrate una volta che un nuovo culto prendeva il sopravvento. Non sono certo gli unici esempi di statue preistoriche che rappresentano figure umane stilizzate ce ne sono un po' in tutta l'Europa, dal Mar Nero alla Germania, dalla Corsica alla Val D'Aosta - ma in nessuna altra parte come in Lunigiana sono entrate così fortemente a rappresentare l'identità di un territorio. Dagli anni Sessanta in poi l'interesse è cresciuto grazie alla diffusione della loro conoscenza che ne facevano gli studiosi locali. Ne parlavano i contadini che le avevano scoperte nel loro campo e le avevano mostrate agli esperti, ne parlavano i maestri a scuola come di una grande testimonianza del passato. Una volta un ragazzino delle elementari di Mocrone saltò su alla descrizione che ne faceva l'insegnante esclamando «Ma quella io ce l'ho nel mio pollaio». E infatti era così: una testa senza tronco che con il nome di Filetto 8 andò a far compagnia alle altre. (t.g.)
Il Tirreno
23 Ottobre 2015
Il santuario delle pietre mute. A Pontremoli le enigmatiche sculture d'arenaria di cinquemila Il santuario delle pietre mute. A Pontremoli le enigmatiche sculture d'arenaria
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Teresa Giannoni
Il Tirreno
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Bene culturale
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